Archive | gennaio, 2010

L’ascesa al Monte Ventoso

26 Gen

[…]

Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: «Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia».

[…]

di Francesco Petrarca

È che…

24 Gen

Mi manca l’aria.

Forse avrei dovuto chiamarlo Capodoglio

19 Gen

Vi racconterò del mio pesce rosso, del mio ultimo pesce rosso. Si chiamava Cyrano. Era un pesce allegro, nuotava qua e là senza mai fermarsi. Mi faceva sempre compagnia qui sopra la scrivania. Mi ero davvero affezionata. Mi faceva piacere vedere qualcosa di vivo che riusciva a stami vicina, sempre. Mi svegliavo con i capelli scompigliati e una faccia da far paura e lui era lì e non stava certo a criticare il mio aspetto. Ma come sempre nuotava. Magari non si accorgeva neanche della mia presenza. E nuotava. Mi apprestavo ad uscire la sera truccata e pettinata e lo salutavo prima di andar via e lui non stava certo ad elogiare il mio aspetto. E nuotava. Quando rientravo andavo a vedere se stava bene, con il continuo terrore di vederlo galleggiare. Ma nuotava. Amavo quel pesce non perché fosse particolare, ma perché era mio. Ho continuato a gioire vedendo che Cyrano “stava bene”, senza rendermi conto del fatto che lui non era me. Che a lui evidentemente non piaceva stare in quella vaschetta, non era entusiasta di girare intorno a un cazzo di fiore artificiale. Che preferiva le correnti e le acque fredde di un torrente che la mia compagnia. Che lui non stavo bene. Ma comunque nuotava. Nuotava, in fondo è questo quello che fa un pesce, no? E cavolo, che differenza poteva mai avere per lui nuotare in una vaschetta o in un torrente? Dio, gli davo da mangiare 3 – 4 volte al giorno, cosa che la natura non gli avrebbe mai permesso. Forse. Cosa pretendeva da me? Cosa può mai volere un fottutissimo pesce da me? Okay forse è vero, molte volte muovevo la vaschetta per farlo spaventare, ma quale elemento sano di mente si suiciderebbe per questo? Ebbene sì, accadde che:
“Mamma, mamma, dove è Cyrano?”
“chi?”
“Cyranooo! Il pesce, dov’è?”
“ma che stai dicendo?”
mi guardai attorno e Cyrano era vicino ai fili del computer.
“aaaaaaaaaaaah, mamma si è buttato!! si è buttato fuori dalla vaschetta”
“si muove, prova a rimetterlo nell’acqua”
Prendendolo in mano sentii la sua pelle secca e mi venne la nausea. Lo buttai dentro la vaschetta tutta schifata. Cominciò a muovere le branchie. Era vivo. Era vivo ma non nuotava. Si adagiò al suolo respirando lentamente. Lo lasciai così e al mio ritorno lo vidi muoversi in strano modo. Gli buttai del cibo ma non ne volle sapere di mangiare. Aveva già deciso. Non voleva vivere. Passai tutta la giornata con la testa sulla scrivania ad osservarlo e a ricordarmi dei versi di Leopardi:

“O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?”

Morì.

Mi vedevo in quel pesce suicida, triste, depresso, malato, morto. Mi vedevo costretta a vivere perché c’era sempre qualcuno che mi ributtava nella mia vaschetta. Ma io, avrei lottato per continuate a respirare? Avrei mangiato? E se la risposta è no, allora perché lo faccio? Perché ho bisogno di uno stupido pesce dal nome romantico per soffermarmi a pensare a questo?
Ne vale la pena? Vale la pena stare qui a scrivere questo post mentre fuori il mondo cambia? Vale la pena usare il mio tempo per ragionare se ne vale la pena o meno?… NO! Ma non trovo la forza di saltare fuori dalla mia vaschetta. E allora mi accontento del mio fiore artificiale, escludendo la possibilità di trovarne uno originale fuori di qua.

Vorrei saltare fuori dal mondo.
Capire, tornare, morire.

Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo

18 Gen

Sempre assorto in me stesso e nel mio mondo
come in sonno tra gli uomini mi muovo.
Di chi m’urta col braccio non m’accorgo,
e se ogni cosa guardo acutamente
quasi sempre non vedo ciò che guardo.
Stizza mi prende contro chi mi toglie
a me stesso. Ogni voce m’importuna.
Amo solo la voce delle cose.
M’irrita tutto ciò che è necessario
e consueto, tutto ciò che è vita,
com’irrita il fuscello la lumaca
e com’essa in me stesso mi ritiro.

Ché la vita che basta agli altri uomini
non basterebbe a me.
E veramente
se un altro mondo non avessi, mio,
nel quale dalla vita rifugiarmi,
se oltre me miserie e le tristezze
e le necessità e le consuetudini
a me stesso non rimanessi io stesso,
oh come non esistere vorrei!
Ma un’impressione strana m’accompagna
sempre in ogni mio passo e mi conforta:
mi pare di passar come per caso
da questo mondo…

di Camillo Sbarbaro

Siate seri!

13 Gen

Ahahah.

Fuori dai tempi

12 Gen

Simone fissava il soffitto sdraiato sul suo materasso ad acqua. Davanti agli occhi gli passava il suo futuro. Si vedeva triste e solo in un buco all’ultimo piano di un palazzo, in un quartiere milanese. Sul suo lavoro non aveva poi molto da fantasticare, ormai da quando aveva raggiunto la maggiore età lavorava come “cuoco” in un fastfood che si trovava nelle vicinanze di un termovalorizzatore. Si immaginava molto spesso sdraiato su un lettino da ospedale con ai piedi una cartella clinica che poteva essere confusa con un manuale di oncologia.
La radio-sveglia si accese con il notiziario delle sei. La speaker dalla voce stridula e antipatica annunciava, con fare annoiato, che in città alle sedici ci sarebbe stata l’inaugurazione del nuovo spaziocannone. Simone, come tutta Milano, vi avrebbe partecipato per capire di cosa si trattasse. In tutti i manifesti che aveva visto si invitava a portare cianfrusaglie inutili come libri, dischi musicali, foto e giornali. Uscì di casa trasandato, con la faccia non lavata. Fuori dal palazzo si ritrovò nel solito caos mattutino della città. Raggiunse il lavoro con il suo motorino ad olio di girasoli. Ormai quasi tutti usavano come carburante l’olio e per le città si era diffuso un forte odore di fritto e le pareti cominciarono ad assumere un colore giallo senape.
Al fastfood il lavoro era pesante. C’erano sempre grassi individui brufolosi che vi entravano e, con poco garbo, urlavano al povero Simone di muoversi. A fine turno il povero ragazzo aveva sempre la faccia unta, i capelli sporchi e un forte odore di hamburger che lo caratterizzava.
Le giornate trascorrevano così tra un panino e l’altro e Simone sembrava non accorgersene. Era nato in un ambiente simile ed era cresciuto in una società malata. Non aveva mai letto nessun libro perché in questa società gli aveva insegnato che farlo era una perdita di tempo. Che è meglio accendere la televisione e guardare modelli e modelle con mutande firmate, reality show e programmi incentrati su temi di alto contenuto filosofico, quali: “Come essere più fico”, “Una donna non basta”, “Io, lei e l’amante”. Simone non aveva mai sentito parlare di Amore ma conosceva molto bene il sesso. Aveva avuto molte esperienze con le cameriere che lavoravano con lui. Spesso aveva pagato per avere servizi sessuali da vere professioniste, che è facile trovare a qualsiasi ora per i marciapiedi della città. Tutto questo era normale. Questa era l’unica realtà che aveva visto.
Finito il suo turno, alle tre del pomeriggio, si era recato alla vecchia piazza del D’uomo, che da tempo era stato demolito per far nascere il nuovo spaziocannone. Già a qualche metro di distanza, dal luogo clou della giornata, una gran folla si apprestava a raggiungere la piazza. Simone si immobilizzò, gelò. Chi era colei? Il ragazzo era impressionato dalla bellezza di quella giovane che si guardava smarrita intorno a se. Aveva uno strano abito, e i suoi capelli erano lunghi e finivano in dei grandi boccoli biondi. Mentre la moda dei tempi, per le donne, era quella di portarli rasati a zero. Il suo viso era pallido e nei suoi occhi vi si ritrovavano quelli di un bambino che ha appena perso la mamma al supermercato. Quando Simone ritornò in se, corse verso quella creatura che sembrava chiedergli aiuto. Si presentò, e senza capire neanche lui perché, si inginocchiò e le diede un bacio a mano. La ragazza non ebbe nessuna reazione. Dopo pochi attimi ,la giovane, guardando altrove chiese timidamente “Dove sono?”. Simone rise e le rispose cordialmente. La ragazza “si guardò intorno: gli oggetti soffrivano, le case, le città soffrivano. Possibile che nessuno si accorgesse di tutto quel dolore? Eppure l’urlo lacerava i timpani. Le cose si disperavano perché le città le aveva private del cuore e senza più cuore erano diventate brutte, mediocri, fasulle. Si sarebbe mai adattata a questa realtà? La nuova religione di questi tempi avrebbe contaminato anche lei? Col tempo avrebbe ceduto al moderno pellegrinaggio domenicale verso: nuovi centri di consumo, moderne cattedrali nel deserto delle estreme periferie? L’attendeva un tempo di bruttezza, di soggiorno coatto e di rinunce, un mondo che non aveva scelto”.
La ragazza si presentò come “Rosaria”. Spiegò a Simone che era stata mandata dal 1742 al futuro, come punizione perché aveva amato una donna. Simone non capendo quel che diceva la donna anacronistica le chiese di spiegargli il significato del verbo “amare”. Rosaria si mise a piangere, non poteva credere di essere finita in un simile inferno. Che senso aveva la vita di questi uomini che non conoscevano l’Amore? Quale bellezza poteva vantare la loro vita? Erano schiavi dalle macchine, del fumo, dei rifiuti, del sesso e della televisione. Nulla di tutto ciò poteva essere minimamente considerato “bello”! Si riprese capendo che disperare non sarebbe servito a niente. Cominciò a parlare di Amore con Simone. Parlò della sua Ermengarda. Simone sentiva cose di cui non aveva mai udito parlar prima. “Bellezza”, “Amore”, “intelligenza”, “simpatia”. Sentiva parlare di una amante come se fosse una persona e non un oggetto del piacere, differenza che prima di allora non aveva mai colto.
Simone capì che quelle case, le case che aveva sempre visto e su cui non aveva mai riflettuto, erano orribili. Erano sporche, e dai racconti di Rosaria sembrava proprio che ci fosse stato un tempo in cui le case non erano così, dove l’aria era pura. Dove vivere era bello e piacevole. Dove le persone si conoscevano e si amano. Dove esistevano biblioteche colme di libri, dove leggere non era reato. Dove esistevano teatri, affrescati da grandi pittori, in cui si poteva ascoltare della ottima musica d’orchestra.
Simone ritornò nella sporca Milano e si rese conto che adesso si trovava nella vecchia piazza del D’uomo con accanto la sua nuova amica. Davanti ai loro occhi sorgeva imponente lo spaziocannone, che non era altro che un cannone gigante. Al posto delle palle di ferro sparava palle di rifiuti, a velocità ultrasonica, verso lo spazio. Rosaria quando vide quel che avevano fatto, a Santa Maria Nascente, svenne. Al suo risveglio si guardò attorno spaventata. Andò a guardare il calendario. Vedendo la grossa scritta “2010” si rilassò pensando che era stato solo un brutto incubo.

Ma tutto questo è solo frutto della sua fantasia?
Buon 2010.

Solo non toccarmi

8 Gen

Mi stai toccando. Sento il peso delle tue dita sulla mia pelle, sento i palmi. Stai occupando il mio corpo. Gli occhi seguono le tue mani guardandole con stupore. Perché cerchi di avere un contatto? Io non ti desidero, non ti voglio. Non ti importa. Tu stai toccando un corpo che non è il mio, questo corpo è la tua conquista. Per un momento ti allontani. Finalmente riesco a riprendere aria e a guardarti negli occhi che però mi sdegnano perché troppo occupati a fissare i bottoni della mia camicia. Da padrone delle nostre vite ti accanisci sui miei indumenti senza alcun tipo di premura. Devi Eliminare. Sento il gelo. Non ho nessun potere su di te, ordinarti di smetterla sarebbe inutile. Mi guardi come solo un pittore guarda la sua opera d’arte. Non sei soddisfatto, vorresti togliere tutto. Adesso sorridi con aria maliziosa con il mio reggiseno in mano. Delicatamente passi le tue dita sul mio collo e avvicini la tua guancia alla mia e cominci a farmi le fusa. Mi abbracci facendo aderire la tua pelle ai miei seni, riesco a sentire il tuo battito ed il tuo torace che si dilata. Ti stai abbandonando a me come mai prima. Il mio volto viene lentamente segnato da una lacrima che traccia nettamente le distanze tra noi. Mentre tu godi nel vedermi gelare e perdere il respiro io ti odio con tutte le mie forze. Una volta ti amavo, una volta tu eri gelido e io ti amavo. Adesso che i ruoli si sono invertiti non voglio più starci. Io, il tuo giocattolo preferito, avevo una sola indicazione “non mi toccare”. Mi ero fidata di te, ti avevo parlato dei miei punti deboli ed adesso eccoti qui che mi sfiori la schiena. Ti diverte sentire i miei sospiri. Non ti curi di me come vorresti farmi credere. Lo so bene. E aspetto che tu ti stanchi di me. Per ricominciare.

Solo non toccarmi.