Archivio | marzo, 2010

Metamorfosi

21 Mar

Sono il tuo pensiero che diventa lacrima, bagno i tuoi occhi, attraverso la tua guancia, bacio le tue labbra. Trapasso la tua pelle, sento i tuoi muscoli, mi tingo del tuo sangue, mi aggrappo alle tue ossa. Sento pulsare il tuo cuore, scorro nelle tue vene, vedo con i tuoi occhi, respiro solo grazie ai tuoi polmoni. Ascolto questa melodia con le tue orecchie. Tocco i capelli con le tue mani, così lunghe e scarne. Vivo i tuoi sogni, cresco in te. Sbatto le palpebre al ritmo che tu mi detti. Ho le tue rughe, corrugo la fronte quando e come vuoi tu. Mi mordo la labbra con i tuoi denti, così candidi e perfetti. Cammino sentendo il suolo freddo dove tu cammini. Pronuncio le parole del tuo copione, innamorandomi sempre più di questa tua voce e di questo corpo così sano.

Innamorandomi di te, me.

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Arte e bellezza

12 Mar

Alfred: La bellezza? Vuoi dire il tuo personale concetto di bellezza.
Gustav: Tu vorresti quindi negare all’artista la capacità di creare dal proprio spirito la bellezza?
Alfred: Non scandalizzarti Gustav, ma vorrei proprio negarlo.
Gustav: Allra secondo te secondo te Alfred, la nostra fatica di artisti..
Alfred: fatica. Punto. Hai detto bene. Tu credi veramente che la bellezza posa essere il risultato di una fatica?
Gustav: Sì, io credo di sì.
Alfred: La bellezza nasce così, spontaneamente, a dispetto delle tue e delle mie fatiche. Essa preesiste alla nostra presunzione di artisti. Il tuo torto amico mio è di considerare le vita, la realtà, come una limitazione.
Gustav: E non è così forse? La verità ci distrae, ci degrada, sempre! Vedi, qualche volta penso che, penso che l’artista sia come un cacciatore che si muove nell’oscurità. Non sa se colpire e cosa colpire, ma non può essere la realtà a guardargli il bersaglio e a indicargli la mira. La creazione della bellezza, della purezza è un atto spirituale.
Alfred: No Gustab, no! La bellezza appartiene ai sensi, solo ai sensi.
No, no, no! Non credo si possa raggiungere lo spirito, non si raggiunge lo spirito, non si può.
Gusfav: È solo con un completo dominio dei sensi che l’artista può conquistare saggezza, verità, dignità umana.
Alfred: Saggezza, dignità umana, ma a cosa servono? Il genio è un dono di Dio, anzi, è una punizione di Dio. È un divampare peccaminoso e morboso di doti naturali.
Gustav: Io rifiuto, rifiuto ogni demoniaca presenza nell’arte.
Alfred: E hai torto, il male è una necessità, è, è l’alimento stesso del genio.
Gustav: Eppure dovresti sapere che l’arte è il mezzo più elevato di educazione, e, l’artista non può essere che di esempio, capisci? Deve essere un modello di onestà e equilibrio, non può essere mai ambiguo.
Alfred: Ma l’arte è ambigua, sempre. La musica è la più ambigua di tutte le arti. Sì, Gustav, è l’mbiguità elevata a sistema.
Aspetta, ascolta. Prendi questo accordo, oppure questo, lo puoi interpretare come più ti piace. Hai davanti a te una lunga infinita serie di combinazioni matematiche, imprevedibili, inesauribili. Un paradiso di doppi sensi, nel quale tu stesso sguazzi più di chiunque altro, come, come una foca nel suo acquario.

[…]

Alfred: Questa non è vergogna, è paura. La vergogna è un curvamento di cui tu sei immune, perché sei immune da sentimenti. Tu sei l’uomo della prudenza, del pudore, delle ripugnanze. Tu hai paura di avere qualsiasi contatto, anche il più normale. Nel tuo rigoroso moralismo vuoi far quadrare ad ogni costo la perfezione delle tue opere con quelle del tuo comportamento. Ogni sentimento lo interpreti come una catastrofe, come una contaminazione irriparabile
Gustav: Io sono contaminato!!
Alfred: Magari tu lo fossi. Poter essere debitore verso i propri sensi di una condizione irrimediabilmente corrotta e malata, che gioia per un artista! Pensa a quanto è arida la così detta buona salute. Non tanto quella del corpo, ma specialmente quella dell’anima.
Gustav: Io voglio ritrovare il mio equilibrio.
Alfred: Peccato che l’arte sia così indifferente alla nostra morale personale, altrimenti saresti sommo, irraggiungibile, inimitabile. Dimmi, tu lo sai cosa c’è in al fondo della strada maestra? La mediocrità.

Tratto da Morte a Venezia

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

10 Mar

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

di Cesare Pavese

Tentar di vivere ciò che spontaneamente vuol erompere da me stessa

5 Mar

Mentre un pescivendolo grida “amo Francesco”, un muratore pattina sul ghiaccio, una cartomante si risveglia dal coma, un camion finisce in mare, un cane miagola, Alessandro urla la sua disperazione di essere venuto al mondo: “Ma chi è questa qui con la cuffia color salmone e questo naso dantesco? Ehi, ehi, aspetta un attimo, cos’è questa crema? Ehi basta con quest’acqua, ho freddo. Mettetemi dei vestiti, potrebbero denunciarmi per atti osceni in luogo pubblico”. Sembrava proprio che a nessuno interessasse minimamente quel che diceva. Magari avrebbe fatto meglio a lamentarsi più decisamente. “Ueeeeeh!”.
Alessandro già dalla sua nascita aveva capito che nessuno è portato ad ascoltare, di conseguenza era giunto alla conclusione che fosse decisamente inutile sforzare le corde vocali. Da quando aveva appreso questa piccola lezione di vita aveva taciuto.
Non ci volle molto per vederlo camminare e cadere. Era un bambino intelligente e vispo.
Pensava non vi fosse male maggiore che essere succube dei proprio genitori e di conseguenza odiava immensamente la sua minore età. I suoi non l’aiutavano certo ad apprezzarla poiché avevano l’effimero potere di mandarlo a letto alle nove. Lui però si ribellava a suo modo. Con la lampadina sotto le coperte, adorava leggere “Le avventure di Alex”. Era il libro che la nonna, poco prima di morire investita dal triciclo di “Davide il grosso”, gli aveva regalato. Non era un dono a cui l’anziana avesse dato qualche tipo di valore, era semplicemente un libro illustrato per bambini. Ma Alessandro voleva credere ci fosse un messaggio, un segreto fra lui e sua nonna.

La storia narrava e illustrava di un giovane che girava il mondo con il suo fedele cane. Dopo svariate avventura che non sto a raccontarvi, il giovane incontra Petunia, una bellissima fata che lo farà invaghire a tal punto che il ragazzo sarebbe stato pronto ad abbandonare il suo amico Bertazzo (il cane), che invece, fedele alla promessa fatta al compagno:“Gireremo il mondo insieme”, non si sarebbe fermato.
Alex sapeva bene che l’unica cosa al mondo che lo avrebbe potuto rendere felice era di trascorrere il resto dei suoi giorni accanto a Petunia. Il ragazzo, anche se in lacrime, decide di lasciare la sua amata per rimanere fedele al suo più caro amico Bertazzo.

Alessandro cominciava ad avere i baffi, aveva vissuto in quella casa sognando la sua indipendenza, ed aveva riletto molte volte quella storia.
Un giorno di primavera un viaggiatore bussò alla sua porta, il suo nome era Aleandro, aveva bisogno di un bicchiere d’acqua e un pezzo di pane.
Aleandro era un giovane. Gli raccontò che veniva dalla Palavia, un paese di cui Alessandro non aveva mai sentito parlare, ma non lo dette a vedere. Il viaggiatore vedendo che l’altro, a sentire delle sue avventure, lo guardava con molta ammirazione e che i suoi occhi brillavano dal desiderio, senza pensarci troppo lo invitò a continuare il viaggio insieme a lui. Alessandro pieno di gioia avrebbe voluto abbracciare quello sconosciuto, preparare i bagagli, ma qualcosa lo fermò. Scrisse al ragazzo che avrebbe avuto bisogno di una notte per rifletterci e che nel frammentre avrebbe potuto alloggiare sotto il suo tetto.
Quella sera sotto le coperte per la prima volta si immedesimò in Alex.
Alex, ugualmente a lui “non voleva tentare di vivere se non ciò che spontaneamente voleva erompere da se stesso. Perché era tanto mai difficile”? La risposta a questa domanda l’aveva sotto gli occhi. Alex aveva rinunciato alla sua felicità all’essere, o meglio a fare ciò che il cuore gli suggeriva, per credersi una persona migliore o per mostrare, se non agli altri a se stesso, la sua coerenza e fedeltà verso l’amico. Aveva solo cambiato i ruoli. La bella Petunia era un alto e moro viaggiatore e Bertazzo rappresentava la sua famiglia. Ma adesso si chiedeva con quale coraggio avrebbe mai abbandonato la casa paterna? Eppure la sua voglia di fuggire era forte. Forte era il suo desiderio di indipendenza, ma altrettanto lo era la consapevolezza di stare facendo, in ogni caso, la scelta sbagliata. Nel caso in cui avesse abbandonato la casa, avrebbe sbagliato nei confronti dei suoi genitori e nel caso in cui fosse rimasto lo avrebbe fatto nei confronti di se stesso, precludendosi la possibilità di essere felice. L’unica cosa che sarebbe potuta cambiare era la considerazione degli altri nei suoi riguardi. Nel primo caso tutti si sarebbero agitati e puntandogli il dito contro lo avrebbero “condannato a morte”. Nel secondo invece nessuno si sarebbe accorto di nulla o, se informati di questo suo incontro con il giovane errante, lo avrebbero preso per un gesto altruista se non nella norma.
Ancora affascinato dall’idea che la nonna avesse voluto dirgli qualcosa regalandogli quel libro si disse gli voleva rivelare che ogni decisione vista da diversi occhi può assumere forme positive o negative, ma che questo non ha poi molta importanza. L’unica cosa che importa davvero è che gli occhi che ci guardano dentro, gli occhi del nostro ego, decidano dove guardare, intravedano una meta.

La mattina successiva Rita, la madre, trovò sopra il letto una lettera:

“Vi ho amato.
Adesso cerco di amarmi.”
Alessandro