Non è stupido

18 Apr

Subito all’inizio della Genesi è scritto che Dio creò l’uomo per affidargli il dominio sugli uccelli , i pesci e gli animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo, non da un cavallo. Non esiste alcuna certezza che Dio abbia affidato davvero all’uomo il dominio sulle altre creature. È invece più probabile che l’uomo si sia inventato Dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose.
Questo diritto ci appare evidente perché in cima alla gerarchia troviamo noi stessi. Ma basterebbe che nel gioco entrasse una terza persone, ad esempio un visitatore da un altro pianeta, il sui Dio gli abbia detto: « Regnerai sulle creature di tutte le altre stelle! », e tutta l’evidenza della Genesi diventerebbe di colpo problematica. Un uomo attaccato a un carro da un marziano, o magari fatto arrosto da un marziano, o magari fatto arrosto da un abitante della Via Lattea, si ricorderà forse della cotoletta di vitello che era solito tagliare nel suo piatto e chiederà scusa (in ritardo!) alla mucca.
Tereza procede con il suo branco di giovenche, le spinge innanzi a sé, ne deve redarguire sempre qualcuna perché le giovani mucche sono allegre ed escono dalla strada per scappare nei campi. Karenin l’accompagna. Sono già due anni che va con lei ogni giorno al pascolo. Lo ha sempre divertito molto essere severo con le giovenche, abbaiargli contro e ingiuriarle (il suo Dio gli ha affidato il dominio sulle mucche e lui ne è orgoglioso). Oggi, però, cammina con molta difficoltà e saltella solo su tre zampe; sulla quarta c’è una ferita che sanguina. Ogni pochi minuti Tereza si china su di lui e lo accarezza sulla schiena. Due settimane dopo l’operazione, è chiaro che il tumore non si è fermato e che Karenin starà sempre peggio.
Lungo la strada incontrano una vicina che calza stivali di gomma e si affretta verso la stalla. La vicina si ferma a parlare con lei: “Cos’ha il suo cagnolino? Sembra che zoppichi!”. Tereza dice: “Ha un tumore. È condannato” e sente che la gola le si chiude e non può più parlare. La vicina vede le lacrime di Tereza e quasi si arrabbia: “Dio santo, non vorrà mica mettersi a piagnucolare per un cane!”. Non lo dice per cattiveria, è una brava donna, vuole piuttosto consolare Tereza. Tereza lo sa, del resto abita nel villaggio da abbastanza tempo per capire che se i contadini amassero ogni coniglio quanto lei ama Karenin, non ne potrebbero uccidere nessuno e morirebbero in breve di fame insieme ai loro animali. Eppure le parole della vicina le suonano ostili. “Lo so” risponde senza protestare, ma si allontana rapidamente e continua la sua strada. Si sente sola con il suo amore per il cane. Si ripete con un sorriso triste che deve nasconderlo più che fosse un’infedeltà. Se la vicina avesse saputo che lei era infedele a Tomáš, le avrebbe dato un’allegra pacca sulla spalla con aria di complicità.
Continua dunque la sua strada, dietro alle giovenche che si strusciano l’una contro l’altra, e si ripete che sono bestie simpatiche. Tranquille, senza malizia, talvolta infantilmente allegre, sembrano grasse cinquantenni che fingano di avere quattordici anni. Non c’è nulla di più commovente delle mucche che giocano. Tereza le guarda con tenerezza e si ripete (quest’idea le ritorna irresistibilmente in mente già da due anni) che l’umanità sfrutta le mucche come il verme solitario sfrutta l’uomo: si è attaccata alle loro mammelle come una sanguisuga. L’uomo è un parassita della mucca; questa è probabilmente la definizione che un non-uomo darebbe dell’uomo nella sua zoologia.
Possiamo considerare questa definizione una semplice battuta e riderne con indulgenza. Ma se Tereza la prende sul serio, si viene a trovare su un piano inclinato: le sue idee sono pericolose e la allontanano dall’umanità. Già nella Genesi, Dio aveva affidato all’uomo il dominio sugli animali, ma possiamo anche intendere che quel dominio gli è stato dato solo in prestito. L’uomo non era il padrone ma soltanto l’amministratore del pianeta e un giorno dovrà render conto della sua gestione. Descartes compì un decisivo passo in avanti: fece dell’uomo il “signore e padrone della natura”. E c’è di sicuro una profonda correlazione nel fatto che sia stato proprio lui a negare categoricamente un’anima agli animali: l’uomo è padrone e signore, mentre l’animale dice Descartes non è che un automa, un meccanismo animato, una “machina animata”. Se un animale si lamenta, quello non è un lamento ma solo il cigolio di un congegno che funziona male. Se la ruota di un carro stride, non vuol dire che il carretto soffre, vuol dire che non è oliato. Allo stesso modo dobbiamo intendere il pianto di un animale e non dobbiamo rattristarci per un cane se in un laboratorio sperimentale lo fanno a pezzi ancora vivo.
Le giovenche pascolano sul prato, Tereza siede su un ceppo e Karenin le è accovacciato accanto con la testa appoggiata sulle sue ginocchia. Tereza si ricorda di un trafiletto di due righe, letto su un giornale una decina di anni prima: diceva che in una città della Russia erano stati abbattuti tutti i cani. Quella notizia, discreta e apparentemente priva di importanza, le aveva fatto sentire per la prima volta l’orrore di quel vicino troppo grande.
Quella notizia era una anticipazione di tutto ciò che era avvenuto in seguito: nei primi anni successivi all’invasione russa, non si poteva ancora parlare di terrore. Dal momento che quasi l’intera nazione disapprovava il regime di occupazione, i russi dovevano trovare tra i cechi uomini nuovi e portarli al potere. Ma dove trovarli se la fede nel comunismo e l’amore per la Russia erano morti? Li cercarono fra coloro che avevano dentro di sé qualche conto in sospeso con la vita. Era necessario unire, coltivare e tenere in stato di all’erta la loro aggressività. Era necessario allenarli dapprima su un obiettivo provvisorio. Quell’obiettivo furono gli animali.
I giornali cominciarono allora a pubblicare serie di articoli e a organizzare campagne di lettere ai lettori. Si chiedeva, ad esempio, che nelle città fossero sterminati i colombi. E i colombi furono sterminati. Ma la campagna principale era diretta contro i cani. La gente era ancora disperata per la catastrofe dell’occupazione, ma nei giornali, alla radio e alla televisione non si parlava di altro che dei cani che sporcano i marciapiedi e i giardini pubblici, che minacciano in tal modo la salute dei bambini, che non servono a niente ma che tuttavia devono essere nutriti. Si era venuta a creare una tale psicosi che Tereza aveva paura che la folla esaltata potesse fare del male a Karenin. Soltanto più tardi il rancore accumulato (e mantenuto in allenamento sulle bestie) fu puntato sul suo vero bersaglio: la gente. Cominciarono i licenziamenti, gli arresti, i processi. Gli animali poterono tirare finalmente un sospiro di sollievo.
Tereza continuava ad accarezzare la testa di Karenin che riposa tranquillamente sul suo grembo. Dentro di sé fa più o meno questo ragionamento: Non c’è alcun merito a comportarsi bene verso il prossimo! Tereza è costretta a essere corretta nei confronti degli altri contadini perché altrimenti non potrebbe vivere nel villaggio. E persino nei confronti di Tomáš deve comportarsi con amore perché ha bisogno di Tomáš. Non potremo mai stabilire con certezza fino a che punto i nostri rapporti con gli altri sono il risultato dei nostri sentimenti, del nostro amore, del nostro non-amore, della nostra bontà o del nostro rancore e fino a che punto sono condizionati dal rapporto di forze tra gli individui.
La vera bontà dell’uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell’umanità, l’esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell’uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri.
Una delle giovenche si avvicinò a Tereza, si fermò e la fissò a lungo con i grandi occhi bruni. Tereza la conosceva. La chiamava Marketa. Le sarebbe piaciuto dare un nome a tutte le sue giovenche, ma non poteva. Erano troppe. Una volta, tanto tempo prima, di sicuro più di quarant’anni addietro, tutte le mucche del villaggio avevano un nome. (E se il nome è il segno dell’anima, posso dire che esse ne avevano una a dispetto di Descartes). Ma poi il villaggio era stato trasformato in una grossa fabbrica collettiva e le mucche vivevano tutta la loro vita nei due metri quadrati della stalla. Da allora non hanno più un nome e si sono trasformate in “machinae animatae”. Il mondo ha dato ragione a Descartes.
Ho sempre davanti agli occhi Tereza seduta sul ceppo che accarezza la testa di Karenin e pensa al fallimento dell’umanità. E nello stesso istante mi appare davanti agli occhi un’altra immagine; Nietzsche esce dal suo albergo a Torino. Vede davanti a sé un cavallo e un cocchiere che lo colpisce con la frusta. Nietzsche si avvicina al cavallo e, sotto gli occhi del cocchiere, gli abbraccia il collo e scoppia in pianto. Ciò avveniva nel 1889 e a quel tempo anche Nietzsche era già lontano dagli uomini. In altri termini, proprio allora era esplosa la sua malattia mentale. Ma appunto per questo mi sembra che il suo gesto abbia un significato profondo. Nietzsche era andato a chiedere perdono al cavallo per Descartes. La sua pazzia (e quindi la sua separazione dall’umanità) inizia nell’istante in cui piange sul cavallo. È questo il Nietzsche che amo, così come amo Tereza sulle cui ginocchia riposa la testa di un cane mortalmente malato. Li vedo l’uno accanto all’altra: entrambi si allontanano dalla strada sulla quale l’umanità, “signora e padrona della natura”, prosegue la sua marcia in avanti.

L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera

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