Archive | maggio, 2010

Amleto

24 Mag

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato,
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel farisaismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

Poesie di Jurij Živàgo – Boris Leonidovič Pasternak

Un’ape esser vorrei

17 Mag

Un’ape esser vorrei,
donna bella e crudele,
che sussurrando in voi suggesse il mèle;
e, non potendo il cor, potesse almeno
pungervi il bianco seno,
e ‘n sì dolce ferita
vendicata lasciar la propria vita.

di Torquato Tasso

Scusi, sa dirmi quale è il bancomat più vicino?

16 Mag

Un attimo prima le nostre lingue facevano la lotta e un attimo dopo ti ho vista sparire dietro le porte di un treno. Ho seguito il tuo corpo da fuori fino a quando non hai trovato posto e bussando al finestrino ti ho urlato “Tornerai”. E ci credevo davvero. Avevo stampato in faccia quella cazzo di espressione dei telefilm in cui i fighetti americani fanno del sarcasmo. Sì, esatto, quel sorrisino arrogante, quello che quando lo vedi sulla faccia dello stronzo che parla con te, ti fa venire voglia di sputargli in faccia.

Ti ho aspettato, maledetta, ti ho aspettato lì, seduto sopra un marciapiede, con la pioggia che mi filtrava le mutande. Ti ho aspettato quando mi hai detto che dovevi chiarire con il tuo ex. Ti ho aspettato quando dovevi rimettere in ordini i tuoi pensieri. Ti ho aspettato quando promettevi che ti avrei rivisto. Ed era la convinzione di avere una qualche importanza per te che mi ha spinto ad attendere. Era la convinzione che non potesse esserci al mondo una stronza di tale misura. Che non potesse esistere nessuno in grado di giocare con il mio tempo. La cosa che mi fa più rabbia è che non ho ancora il coraggio di scrivere di getto che ho solo buttato al cesso un anno. Perché sono solo un povero coglione che pensa che prima o poi tornerai e che chiedendomi umilmente perdono dirai che mi ami. E questo succede perché ho visto troppi telefilm americani del cazzo con dei fighetti che hanno espressioni dementi. Questo succede perché quando mi faccio una sega io penso ancora a te. E perdona la franchezza e la mia mancata eleganza, ma, dopo essersi sentiti dire che non sentivi più nulla, aver passato mesi e mesi in uno stato di agonia, per poi scoprire che te la facevi con un cinquantenne dalle tasche piene, sento il bisogno di urlare la mia rabbia. Sento il bisogno di dirti che mi fai pena. Che sei una troia. Cazzo, sì sei una fottuta troia. Bada che dicendoti questo torno a respirare, torno a vivere. Ero convinto che facendo finta che tutto mi scivolasse addosso tu ti saresti sentita peggio e io meglio. Mentre invece mi rendo conto che sei una troia priva di cervello che quando ha vista la mia schiena allontanarsi in silenzio ha pensato che se la fosse cavata con poco e che potesse tornare tranquillamente alla propria vita. E io non mi sentivo meglio, anzi, io morivo.
Quello che voglio da te adesso è che tu venga da me. Voglio sfamare il mio mostro. Mostrarti che anche io so trattarti come meriti, che anche io so pagare dopo una prestazione sessuale.

“Contanti o carta di credito?”

“Bancomat”

Poichè l’alba si accende…

13 Mag

Poiché l’alba si accende, ed ecco l’aurora,
poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente
a ritornare a me che la chiamo e l’imploro,
poiché questa felicità consente ad esser mia,

facciamola finita coi pensieri funesti,
basta con i cattivi sogni, ah! soprattutto
basta con l’ironia e le labbra strette
e parole in cui uno spirito senz’anima trionfava.

E basta con quei pugni serrati e la collera
per i malvagi e gli sciocchi che s’incontrano;
basta con l’abominevole rancore! basta
con l’oblìo ricercato in esecrate bevande!

Perché io voglio, ora che un Essere di luce
nella mia notte fonda ha portato il chiarore
di un amore immortale che è anche il primo
per la grazia, il sorriso e la bontà,

io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme,
da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia,
camminare diritto, sia per sentieri di muschio
sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;

sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita
verso la meta a cui mi spingerà il destino,
senza violenza, né rimorsi, né invidia:
sarà questo il felice dovere in gaie lotte.

E poiché, per cullare le lentezze della via,
canterò arie ingenue, io mi dico
che lei certo mi ascolterà senza fastidio;
e non chiedo, davvero, altro Paradiso.

di Paul Verlaine

The boy can’t be wrong again

3 Mag

Joe Cannon – 22 aprile ´98: nel carcere di Huntsville in Texas, è stato “giustiziato” Joseph Joe Cannon, un bianco di 38 anni condannato per un omicidio commesso nel 1977, quando aveva 17 anni. Dopo averlo tenuto oltre la metà della sua vita nel braccio della morte, dopo averlo allevato, istruito, “rieducato”, lo Stato del Texas lo ha ucciso. Joe Cannon ha portato all´attenzione della comunità internazionale il caso degli Stati Uniti che insieme a pochissimi paesi al mondo continua a praticare la pena di morte anche nei confronti dei minori.

Tre. Uno, due e tre le siringhe. Quattro i lacci che lo legano al lettino a forma di croce. Uno il Dio che Joe aveva pregato perché non gli avvelenassero il corpo. Tre boia, due guardie, ventitré persone aldilà del vetro, troppe. Tutte attente a non perdersi neanche un attimo di questo spettacolo macabro. Quasi si sentono la voce della loro coscienze “Giustizia”, “Vendetta”, pullula in loro la certezza che questi siano sinonimi. Trentotto gli anni del condannato. Ventuno dei quali vissuti nel braccio della morte con un cuscino e un cesso come amici. Molte volte, dieci, cento, mille le volte in cui aveva pensato a uccidersi, di farla finita, ma, non ne aveva mai trovato il modo e nonostante tutto nutriva la speranza di potersi rifare una vita, di poter tornare libero. Aveva dato fiducia a quella donna dall’indice più lungo delle altra dita, e, se non lei, sperava che quel gruppo di persone, quel gruppo di persone che scavavano nei suoi occhi, potessero leggervi la paura. La paura di una ragazzo, di un figlio, di un bambino che sa di averla combinata grossa. Si era convinto del fatto che non fosse possibile condannarlo a morte per un atto compiuto da un Joe che non era quello che lo specchio di cui era fatto il soffitto rifletteva l’immagine. Ne era passato di tempo dall’ultima volta in cui si era guardato allo specchio. Adesso vedeva un uomo magro e rugoso, pelato e pallido. Un uomo che assomigliava fottutamente a suo padre. Suo padre, che fine aveva fatto? Cosa ne pensava di suo figlio? Anche lui lo aveva condannato? Anche lui era nascosto tra quelle ventitré persone ad accertarsi che Joe non avrebbe più creato problemi?
Joe voleva eliminare quel pensiero. Voleva solo farla finita. Le forze lo avevano abbandonato e la speranza piangeva ai suoi piedi come Maria sotto la croce di Gesù. Suonò il campanello, i boia si fecero il segno della croce.

Uno, due, tre.