Archivio | luglio, 2010

Non sono pazzo, so contare con le dita e so distinguere il buono dal cattivo

28 Lug

Voglio condividere con voi un frammento di vita dominato dalla pelle d’oca e le lacrime.

Hussein giocava con il telecomando facendo scorrere diversi canali sullo schermo. Nessuna trasmissione lo interessava. Senza spegnere il televisore, si dimenò sulla poltrona.
Si rivolse a me bruscamente:  «Posso farti una domanda, cugino?»
«Certo.»
«Davvero? Mi risponderai senza giri di parole?»
«Perché non dovrei?»
Buttò la testa all’indietro con quella risata che mi faceva rizzare i capelli e che iniziavo a detestare. Era una risata assurda, che scoppiava senza motivo e per qualsiasi cosa. Si sentiva solo lui. Di giorno e di notte. Infatti, Hussein non dormiva mai. Se ne stava in poltrona dalla mattina alla sera, il telecomando come una bacchetta magica, a cambiare mondo e lingua ogni cinque minuti.
«Mi risponderai con franchezza?»
«Cercherò.»
I suoi occhi brillavano in un modo strano, mi faceva pietà.
«Pensi che io sia… pazzo?»
La gola gli si era contratta sull’ultima parola. Aveva un’aria così infelice che ero imbarazzato.
«Perché dici così?»
«Non è una risposta, cugino.»
Cercai di guardare da un’altra parte, ma i suoi occhi mi dissuasero.
«Non credo tu sia… pazzo.»
«Bugiardo! All’inferno sarai appeso per la lingua sopra una graticola… Sei come gli altri, cugino. Dici una cosa e pensi il contrario. Ma ricrediti, non sono matto. La mia testa funziona benissimo, con tutti gli annessi e connessi. So contare con le dita e so leggere nello sguardo quello che la gente nasconde. È vero non riesco a trattenere il riso, ma non per questo sono pazzo. Rido perché… perché… Non so bene perché. Ci sono cose che non si spiegano. Ho preso questa malattia quando ho visto Adel l’Ingenuo innervosirsi perché non riusciva a trovare il pulsante per innescare la bomba che portava addosso. Non ero distante e l’osservavo mentre si mescolava alle reclute nel cortile della caserma della polizia. Sul momento, mi ha preso il panico. Quando è saltato in aria sotto il tiro dei poliziotti, è stato come se mi fossi disintegrato con lui… Gli volevo bene . Era cresciuto nel nostro cortile. Poi, però, passato il dolore, ogni volta che lo rivedo mentre maneggia imprecando la cintura esplosiva scoppio a ridere. Era tutto così assurdo e pazzesco… Ma questo non fa di me un matto. So contare con le dita e so distingue il buono dal cattivo.»

Dialogo tratto da “Le sirene di Baghdad” – Yasmina Khadra.

Definisci: vita.

20 Lug

Lalalala lalalala lalalalala laaa.

Io non ho una donna, ho un violino

13 Lug

Le lenzuola sono arancioni, oggi è settembre e il mio pigiama è bucato. Ho dormito sì e no tre ore eppure non riesco a stare a letto senza provare un senso di immobilità e spossatezza. Credo di soffrire di insonnia e quelli come me non fanno altro che avere un’ossessione, dormire. Davanti alla finestra mi godo lo spettacolo dell’alba e annuso l’odore di città mescolarsi con quello del pane appena sfornato.
Oggi è il mio compleanno e alle sette e quarantacinque mia madre suonerà il campanello e chiedendomi scusa per la fretta mi darà un bacio invitandomi a lavarmi, “Tesoro, c’è uno strano odore”, e mi regalerà una pianta. Sono sicura che lo faccia a posta, sono cinque anni che me le regala sapendo bene che le odio, che detesto avere responsabilità verso qualsiasi altro essere vivente. Sono anche sicura che si sia accorta che le altre sono nello stesso punto in cui le aveva abbandonate e che di loro non resta altro che un po’ di muffa. Le sue piante sono morte perché lei le ha condannate. Le sue piante sono perite come perita son io.
Mi lavo e decido di uscire di casa, questa volta non sarò sua complice. Nell’aria sento odore di novità e le note di Bach raggiungono le mie orecchie. Sopra il bus qualcuno sta suonando un violino scordato, così decido di salire. Guardo il musicista, è lungo e secco. L’unica cosa ad avere volume sono i suoi riccioli castani e il violino. Sembra completamente assorto in quell’orribile suono che emette il suo compagno. Talvolta alza un sopracciglio e apre appena le sue labbra, sembra quasi avere un orgasmo. Ha una faccia innocentemente triste e un colorito poco confortevole. Ogni volta che l’arco ferisce le corde la faccia del violinista si fa sempre più grave. Difatti da brani che prevedono l’utilizzo dell’arco passa al pizzicato che lo tranquillizza permettendomi di vedere i suoi denti. Non sono perfetti né candidi ma il suo sorriso è magnetico, qualcosa di unico.

Io in quel bus credo di essermi innamorata.
Per tutto il tempo il ragazzo non aprì mai gli occhi, penso vivesse nella convinzione che gli altri odiassero quel che lui faceva ma non voleva averne la consapevolezza. Non poteva fare a meno di suonare, lui cercava quella persona che amasse, come lui amava, quelle note imperfette. Ed era convinto che quella persona prima o poi avrebbe preso quel bus. Dopo aver passato l’intera giornata ad osservarlo e a immaginarmi chi fosse, cosa volesse e perché lo facesse tornai a casa e trovai la pianta fuori dalla porta. Feci finta di niente e entrai, stagnava un odore di tabacco bruciato. Ascoltai i messaggi in segreteria, a mia sorpresa mia sorella si era dimenticata di esibirsi in auguri formali. Forse si era solo stancata di non ricevere mai risposta.
Attaccai il giradischi e mi misi a mangiare gli avanzi di pizza, a farmi compagnia c’erano i Belle & Sebastian, mi commossi sentendo Stuart cantare “riding on city buses for a hobby is sad ”. Suonò il campanello. Alzai gli occhi al cielo “Mia madre”. Lungo, secco e riccioli castani, apparve davanti ai miei occhi. Incredula indietreggiai e mi grattai la testa chiedendogli frettolosamente – credo di essere arrossita – cosa volesse.

“Volevo riposare la mia testa. Tra le cosce infilare la mia faccia ma io non ho una donna, ho un violino. Mi hanno detto di venire qui. Tu sei…” – credo fosse arrossito – “tu devi essere”…

“Io sono Olta”

“Mi hanno detto che sei una prostituta” – vedendomi delusa aggiunse – “Mi ero già fatto la mia scena: sì, ora entro me la sbatto e me ne vado. Ma quando ho aperto la porta, no, non era quel che avevo in testa. Davanti a me ci sei tu, c’è la dolcezza, la luce la primavera la freschezza e la bellezza”… “Posso darti una carezza?”

Piangendo e raccontandogli di essermi innamorata di lui, dopo averlo visto suonare, aggiunsi:
“Quando io vedo mia sorella, penso com’è bella mia sorella, lei non apre mica la porta al mistero alla paura e alla scoperta. Io invece, io invece lascio entrare chiunque mi dia centocinquemila lire.”
“Io sono come l’acqua della sorgente, scorro via in fretta sempre ininterrottamente. Io sono una puttana, sono la Madonna e grazie a te oggi ho scoperto l’essenza. L’essenza è sgretolare tutta quanta l’esistenza, per trovare l’energia quella che non si ferma. Quella che è vergine in ogni istante, in ogni attimo in ogni momento”.
“Ora però basta voglio aprire un ristorante e fare da mangiare solo a chi mi pare”.

Prese la piantina prima di entrare in casa. Baciandomi la mano mi chiese se potesse prendersi cura del vegetale.

“Questa volta non sono complice, questa volta la piantina non perirà e io con lei”.

L’uomo e il mare

11 Lug

Sempre il mare, uomo libero, amerai!
Perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l’abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal suo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue più intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, o implacabili fratelli!

Poesia di Charles Baudelaire

Orfani del sole

5 Lug

Ho caldo, sudo, bevo, mi svesto, le nuvole sono rosa.
Prendo un foglio, traccio linee che assumono sembianze mostruose e lo uso come ventaglio, le nuvole sono arancioni.
Apro la finestra e sento il frinire delle cicale. Penso: “è l’unica cosa che amo dell’estate”.
Guardo le nuvole viola e il velo color salmone che si stende dietro loro. Penso: “è davvero brutto quanto improbabile questo assembramento di colori”. Eppure sento il bisogno di immortalare quell’orrore. Corro a prendere la macchina fotografica. La cerco ovunque. In mezzo ai giornali, sotto le coperte, in bagno, dentro i cassetti. Il frinire della cicale comincia ad infastidirmi. Penso: “è la cosa che più odio dell’estate”.
L’occhio mi cade fuori dalla finestra e di colpo mi fermo. Mi mordo il labbro inferiore e piango. Là fuori adesso c’è un cielo perfetto. Penso: “le nuvole sono nere”.
Ho freddo, rabbrividisco, bevo, mi vesto, le nuvole non ci sono.