Che senso ha scrivere se ci ha già pensato Dostoevskij per me?

19 Ago

Ma è possibile, è possibile che possa avere anche un minimo rispetto di sé un uomo che abbia l’impudenza di cercare un godimento nel proprio senso di umiliazione? Non lo dico mica spinto da un mieloso pentimento: non avrei mai potuto sopportare l’idea di dire: “Scusami, papà, non lo farò più”, non perché non ne fossi capace, ma al contrario forse perché mi capitava di esserne anche troppo capace. Come di proposito mi ci infognavo proprio quando non avevo nessuna colpa, neppure nel pensiero, neppure nella fantasia. E questo era ancora più schifoso. Me ne veniva un intenerimento nell’anima, mi pentivo, mi sgorgavano lacrime e, naturalmente, ingannavo me stesso anche se non fingevo affatto. Il cuore stava già corrompendosi. Qui non posso prendermela neppure con le leggi di natura sebbene le leggi di natura mi abbiano offeso incessantemente e più di ogni altra cosa, nel corso di tutta la mia vita. È disgustoso ricordare tutto ciò ma anche allora era disgustoso. Perché mi rendevo conto un attimo dopo, pieno di rabbia, che era tutto una menzogna, una menzogna: tutti gli intenerimenti, i pentimenti, i propositi di rinascita erano una schifosa e smancerosa menzogna. Chiedetemi pure perché mai io alternassi e tormentassi me stesso in questo modo. Risposta: perché mi annoiavo moltissimo a starmene con le mani in mano, e allora mi abbandonavo ai ghirigori della fantasia. È così. Osservatevi meglio, signori, e allora capirete che è proprio così. M’inventavo avventure e mi costruivo una vita per vivere in qualche modo. Quante volte mi capitava… per esempio, di offendermi, così apposta, senza nessuna ragione. Eppure lo sapevo benissimo che non avevo alcun motivo di offendermi, ed era solo esibizione, eppure mi caricavo talmente che alla fine mi sentivo davvero offeso. Ho sempre provato un’attrazione irresistibile per questo genere di scherzi tanto che a poco a poco ho cominciato a perdere il dominio di me stesso. Una volta mi è venuta la voglia di innamorarmi, anzi due volte. Mi tormentavo, signori, ve lo garantisco. Nel fondo dell’anima non ci credevo, alla mia sofferenza: mi sfrugugliava dentro lo scherno, e tuttavia soffrivo, e perfino di un dolore autentico, genuino: ero geloso, ero fuori di me… E tutto per noia, signori, tutto per noia; l’inerzia mi opprimeva. Perché il diretto, conseguente, immediato frutto della consapevolezza è l’inerzia, cioè l’inoperosità consapevole. […] Tutte le persone spontanee e attive sono attive perché sono ottuse e limitate. Come spiegare questo fatto? Ecco come: a causa della loro limitatezza scambiano le cause più immediate e secondarie per cause primarie così si convincono prima e più facilmente degli altri di aver trovato una indiscutibile fondatezza alla loro azione e si tranquillizzano; e questa è la cosa più importante. Perché per cominciare ad agire bisogna aver raggiunto una perfetta tranquillità anche perché non rimangano dubbi. Ma io, per esempio, come riuscirò a raggiungere la tranquillità? Dove stanno, per me, le cause primarie per le quali ardere, dove stanno le ragioni? Dove le trovo? Io mi esercito nella riflessione e di conseguenza, per me, ogni causa primaria se ne trascina dietro subito un’altra, ancora più primaria, e così all’infinito. Sta proprio qui l’essenza di ogni consapevolezza e di ogni riflessione. E rientra un’altra volta nelle leggi di natura. E quale è alla fine il risultato? Ma è sempre lo stesso: la vendetta. L’uomo si vendica perché trova in ciò una giustizia. Dunque ha trovato la causa primaria, la ragione, cioè: la giustizia. Così si tranquillizza totalmente e di conseguenza applica la sua vendetta con tranquillità e con successo, essendo convinto di fare una cosa onesta e giusta. Ma io non vedo alcuna giustizia, non trovo proprio nessuna virtù, e dunque se mi vendico lo faccio solo per cattiveria. La cattiveria, certo, potrebbe essere più forte di ogni cosa, anche di tutti i dubbi, e allora potrebbe rimpiazzare egregiamente la causa primaria, proprio perché non è una causa. Ma che fare se in me non c’è cattiveria?

Memorie dal sottosuolo – Fedor M. Dostoevskij

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Una Risposta to “Che senso ha scrivere se ci ha già pensato Dostoevskij per me?”

  1. Faty agosto 19, 2010 a 1:24 pm #

    Non ha mica detto tutto.

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