Archive | novembre, 2010

Datemi la Crème brûlée

15 Nov

“Simone, Simone, Simone”… “Sì”… “Simone!” … “Signori, accendiamo queste benedette luci”
“Luca, porta il caffè per tutti.” – Disse Renato arricciandosi i baffi. Camminava con quei suoi grandi occhi verdi persi nel vuoto e con i piedi che si intrecciavano tra i fili delle macchine da presa. Una grossa tazza di tè, in mano, sembrava mantenerlo in equilibrio.
Dietro Renato c’era sempre Lisa. Lisa era l’aiutante del regista e da quando lavorava con Renato non aveva più un attimo di tregua. Doveva sempre stare attenta che non si facesse male. Che non mangiasse chissà cosa, che non uscisse fuori senno e che non si addormentasse durante le riprese. In più era sempre lei ad occuparsi della maggior parte del lavoro. Era lei che sceglieva gli attori, che li tranquillizzava, che li richiamava. Era lei che accompagnava Corso, il direttore della fotografia, alle riunioni per tossicodipendenti. Luca invece era l’elettricista. Poi c’erano Giorgio, Davide, Maria, Filippa, Carmelo, Sandra, Matteo… beh, non ha importanza. L’importante è che dopo svariate ore di deliri, nervosismi e pianti, Renato sembrava aver avuto un’idea. Davide aveva subito preso carta e penna ed era pronto a scrivere. Renato finalmente aveva deciso di sedersi donando un po’ di sollievo anche a Lisa.
“Gianni, comincia a scrivere”
“No guarda, Renato, mi chiamo Davide”
“Ah, okay, dai scrvi Sandro”
“No, DA-VI-DE”
“…”
“…”
“Simone è bella… no, Simone è carina, guardabile dai. Non una bomba sexy. Capito Lisa? Non voglio la Bellucci! Al massimo Giovannina”
“Giovannina chi, Renato?”
“Dai, Giovannina… come fa di cognome? Non me lo ricordo mai”
“Parli della Mezzogiorno?”
“Sì dai, lei, lei, dai che si siamo capiti!”
“Okay”
“Insomma questa Simone è carina. Ha i capelli corti e castani. Si veste sempre di grigio, perché è triste”
“Renato, il grigio è un po’ merda”.
“Sì, lo so Corso, ma tu cerca di farmi una fotografia con tanto contrasto e lo sfondo scuro”.
“Va bene, però magari per metterla più in risalto potremmo, che ne so, metterle un cappello rosso”.
“Ma quale risalto!?! Lei è triste, sola, persa nel mondo e nei suoi pensieri!” … “E’ una piccola macchia grigia in mezzo a tante macchie bianche e nere” … “ Lei è l’unione dei due colori neutri. Lei vive in un mondo neutrale composto da ignavi” … “Ed ha trentadue anni e fa la professoressa a Parigi” … “Filippo, che fai? Ti distrai?”.
“Mi chiamo Dav… no, no, sto scrivendo”.
“A nessuno di voi è venuto in mente di chiedermi perché avessi deciso di chiamarla proprio così?”

“Conoscete Simone Weil?”.
“No, non mi sembra”.
“Ah, sì, la filosofa ebrea morta di tubercolosi?”.
“Esatto Lisa!”.
“Sì, una volta lessi una sua citazione, se non sbaglio parlava di desiderio di apprendere”.
“Esattamente. Aiutami a ritrovare un foglio, è verde”.
“Eccolo!”
“Okay, leggi!”
“L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio: e perché ci sia desiderio ci deve essere piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia. La gioia di apprendere è indispensabile agli studi come la respirazione ai corridori. Dove è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere”.
“Voglio che questa citazione ci sia all’interno del film”.
“Lo devo scrivere, Renato?”.
“Gianfranco, tu devi scrivere tutto!”
“Uhm, DAVIDE!”.
“Ah, scusa, ma non me lo potevi dire sin dall’inizio che ti chiami Davide?”.
“Ma vaffanculo Renato!!”.
“Vabbè, scusa dai, però scrivi. Da bravo!” … “Insomma ragazzi miei voglio che la nostra Simone all’inizio o a fine film dica questa cosa”
“Renato…”
“Dimmi Lisa”
“Io credo che se al posto di “desiderio” ci mettessimo “passione” la frase avrebbe molto più impatto emotivo” … “Insomma, come ti ho detto, avevo già letto questa piccola riflessione più o meno quando avevo diciotto anni e mi ricordo che mi colpì perché proprio in quel momento della mia vita ero arrabbiata, anzi, incazzata con il mondo. O meglio, in quegli anni vivevo una realtà molto più ristretta che è quella della scuola. Mi arrabbiavo con me stessa perché vivevo lo studio senza interesse ma soprattutto senza passione. Sin da allora avevo la passione per il cinema e di studiare contabilità proprio non ne avevo voglia”.
“No, aspetta un attimo: tu hai studiato contabilità? Ahahah, non ci credo! Ma se ogni volta che si parla di numeri sembra tu stia per vomitare!”.
“Proprio perché ho avuto brutte esperienze! Ma il mio problema non si limitava solo all’economia. Vedevo, o meglio, percepivo nel mondo scolastico l’ipocrisia. L’ipocrisia tra professori e alunni. L’ipocrisia dell’intero sistema. Percepivo la frustrazione: la mia, quella dei professori, quella dei miei compagni. Non percepivo passione. Chi insegnava lo faceva solo per, come si dice, “timbrare il cartellino”. Chi “apprendeva” lo faceva senza interesse. Tutti copiavano o suggerivano o studiavano una materia al posto di un’altra ma nessuno osava lamentarsi. Secondo tutti era normale che fosse così. Era normale che non vi fosse passione. Che sceglie la via della passione in realtà ha fatto una doppia scelta: ha scelto di percorrere anche quella del dolore. Il più delle volte quando mi sono realmente interessata a una materia, o per meglio dire, a un argomento, sono stata richiamata all’ordine. Sono stata invitata a seguire gli schemi. Sono stata rigettata nell’ipocrisia. E allora dal mio piccolo mondo scolastico, piano, piano, sono riuscita ad uscirci, creandomi un mondo parallelo. Fatto di pomeriggi passati ad ascoltare le dolci note di Mozart o a studiare storia del Jazz. E di serate, per non dire le nottate. A guardare film su film di registi per lo più sconosciuti. Non era studiare anche quello? Sì, ma era uno studio diverso, uno studio che non pesava, una gioia di conoscere e approfondire. Una voglia di crescere. Più conoscevo e più mi allontanavo dal mondo. Più apprendevo e più capivo che la scuola mi offriva un fritto misto mentre io vagavo alla ricerca della Crème brûlée”.
“Lisa”
“Sì”
“Dimenticati di Giovannina”
“Come? Perché?”
“…”
“…”