Archivio | dicembre, 2010

Fotografia a uno sconosciuto.

13 Dic

Allison guardava un punto fisso del marciapiede. Aveva la testa appoggiata sopra il ginocchio destro e canticchiava una canzoncina di natale. Erich, l’ammasso puzzolente accanto a lei, si sventolava con un pezzo di cartone trovato nei cassonetti vicino a casa dell’amica. Con voce un po’ roca ma dolce le faceva presente che erano ancora ad ottobre.

Allison l’aveva trovato nel parco pochi giorni prima. Lui stava sdraiato sopra l’erba bagnata e guardava i rami nudi delle querce e piangeva. Lei vedendolo era rimasta incuriosita e si era avvicina sedendoci accanto silenziosamente. L’uomo non si era accorto della sua presenza ed aveva continuato a piangere. Ogni tanto buttava fuori da quelle labbra enormi dei suoni. Allison li definì:
-Strani
L’uomo non essendosi accorto di lei pensò di stare parlando con una voce dentro la sua testa e ribatté:
-Tu sei strana. Chi ti ha dato il diritto di vivere dentro di me? Potresti almeno pagarmi un affitto. Non senti che il mio stomaco brontola?
La ragazza rise divertita delle assurdità che diceva quel uomo appena conosciuto.
-Sei buffo. Ma come ti chiami? Ti posso fare una foto?
-Una foto? Vuoi farmi una foto del cervello? Cosa me ne faccio di una foto del cervello? Preferirei un panino.
Allison un po’ preoccupa della sanità mentale dell’uomo lo toccò.
Lui girò lentamente la testa e senza nessun tipo di reazione la guardò. Si mise a sedere come la ragazza e la abbracciò.
-Ti hanno mai detto che sei bellissima?
-Sì, me lo dice tutti i giorni mia nonna!
-Tua nonna è una donna sincera.
-Credo tu stia cercando di farmi un complimento.
-Sto dicendo la verità.
-Credo che adesso, da ragazzina per bene quale sono, io debba arrossire – si diede dei pizzicotti sulle guance – e ti ringrazio.
-…
-Che c’è?
-Hai appena fatto una faccia brutta.
Allison che era molto permalosa lo guardò un po’ innervosita.
-Che bella che è quella ruga in mezzo alle tue sopracciglia. Dovrei farti arrabbiare più spesso.
-Non mi piace arrabbiarmi.
-Allora non farlo.
Allison un po’ stanca della assurdità che andava dicendo lo sconosciuto, sbuffò. Prese in mano la macchina fotografica e richiese:
-Allora, te la posso fare questa foto?
-Come mi devo mettere?
-Sdraiato, come prima.
-Okay.
-…
-…
-Fatto.
-Me la farai vedere?
-Quando la sviluppo ne faccio due copie e una te la regalo.
-Me la regali?
-Sì.
-Davvero?
-Sì.
La ragazza non capiva perché mai l’uomo fosse tanto stupito.
-Ma tu chi sei?
-Io sono un barbone, non lo vedi?
-Un barbone? Al massimo una barbina. Non hai mica la barba lunga.
-Ahahahah, oddio era tanto che non ridevo così.
Lei continuava a guardarlo con i suoi occhi grandi non capendo perché mai stesse ridendo. Ma la risata dell’estraneo la contagiò. L’uomo da quando era divertito si piegava su se stesso e si asciugava le lacrime.
-Io sono Allison
-Ahah, ciao Allison. Grazie davvero.
-Per cosa?
-Per avermi fatto ridere.
-Niente… com’è che ti chiami tu?
-Erich, Erich Murdoch.
-Sembra un nome importante. E dimmi Erich Murdoch, perché piangevi?
-Piangevo? Ah, sì. Piangevo perché non ti conoscevo. Se ti avessi conosciuto prima avrei riso.
-Non credo abbia molto senso ciò che dici.
-Non ha molto senso neanche la tua domanda.
I due si erano conosciuti in questo modo ed avevano continuato a vedersi in circostanze sempre più strane. I loro discorsi con l’andare avanti del tempo non avevano cominciato ad avere un perché.

Quella mattina Erich l’aveva aspettata davanti al cancello di casa sua e dopo essere stati a ritirare le foto si erano ritrovati a guardare i passanti dal basso del marciapiede.
Allison dopo il richiamo dell’amico aveva cessato di cantare e attaccò dicendo:
-Erich, perché mai è così tanto difficile essere se stessi?
-Non è difficile. Lo rendono difficile.
-In che senso? Spiegati.
-Beh, non c’è niente di più facile che essere se stessi, vivere le passioni, gli amori. Non c’è niente di più semplice che dire “ti amo”. Dare un abbraccio. Fare l’amore. È naturale come il primo respiro: sorridere, piangere. È la finzione, sono le maschere che ci ostiniamo ad indossare che rendono il tutto più complesso. Anche la cultura ci condiziona. Sin da piccoli ci viene insegnato di non dare confidenza agli sconosciuti. Questo ci fa essere diffidenti nei confronti di chiunque. Per esempio: guarda quella signora anziana. Hai visto?
-No…
-Un ragazzo le ha offerto una mano per portare le borse della spesa e per per timore che fosse un ladro l’ha cacciato via bruscamente.
-Davvero?
-Certo. È bello che ciò ti faccia stupire, significa che non riesci a concepire l’idea di poter fare la stessa cosa.
Allison arrossì e cominciò a toccarsi i capelli.
-Guarda – disse sorridendo dolcemente Erich – Sei arrossita. Stai cominciando a mostrarti per quello che sei. Ti ricordi la prima volta che ci vedemmo? Tu mi lasciasti intendere che eri una “dura” che non arrossiva. Invece adesso, piano, piano, ti stai ti stai rendendo conto che non serve fingere. Piano, piano cominci a fidarti di quello sconosciuto, un po’ pazzo, del parco.
Allison, le persone hanno paura delle critiche. Hanno paura di non essere amate per quello che sono. Quindi si limitano ad essere della bambole con caratteristiche vincenti. Così, per lo meno, quando vengono rifiutate, dentro di loro si consolano perché non è il loro “Io” ad essere stato ferito. Ma semplicemente la loro maschera di cera ad essere stati distrutta. E allora non fanno altro che rifondere la cera e farle assumere sembianze diverse. Si assicurano che sia più resistente dell’altra. Tutta questa finzione porterà a non amare se stessi. E cara Allison, quando non si ama noi stessi non si ha il coraggio di amare nessuno.
Tu arrossendo mi hai appena dato una prova d’amore. E io Allison per questo ti sono riconoscente e vorrei che tu, i tuoi capelli, i tuoi grandi occhi verdi, il tuo sorriso sincero e timido, la tua pelle e tutte le cellule che ti compongono sapessero che ti amo. Che ti amo. Che vorrei fare l’amore con te. Che vorrei esserci quando ti svegli la mattina e hai i capelli scombinati e ti stropicci tutta. Che vorrei passare i pomeriggi a guardarti mentre fotografi i passanti. Che vorrei leggerti i miei libri preferiti mentre cucini. Che vorrei conoscerti veramente. Perché tu sei bellissima e non te ne rendi conto. Getta via le tue paure e abbraccia la vita con tutta la forza che hai in corpo. Vivi intensamente con amore e passione. E amati, perché Allison merita di essere amata.

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Ho sceso, dandoti il braccio…

9 Dic

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

Gli occhi miei…

3 Dic

Gli occhi miei potrà chiudere l’estrema
ombra che a me verrà col bianco giorno;
e l’anima slegar dal suo soggiorno
un’ora, dei miei affanni più sollecita,

ma non da questa parte della sponda
lascerà la memoria dove ardeva:
nuotar sa la mia fiamma in gelida onda
e andar contro la legge più severa.

Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,

il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere, avranno un sentimento;
saran terra, ma terra innamorata.

Francisco de Quevedo