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Fotografia a uno sconosciuto.

13 Dic

Allison guardava un punto fisso del marciapiede. Aveva la testa appoggiata sopra il ginocchio destro e canticchiava una canzoncina di natale. Erich, l’ammasso puzzolente accanto a lei, si sventolava con un pezzo di cartone trovato nei cassonetti vicino a casa dell’amica. Con voce un po’ roca ma dolce le faceva presente che erano ancora ad ottobre.

Allison l’aveva trovato nel parco pochi giorni prima. Lui stava sdraiato sopra l’erba bagnata e guardava i rami nudi delle querce e piangeva. Lei vedendolo era rimasta incuriosita e si era avvicina sedendoci accanto silenziosamente. L’uomo non si era accorto della sua presenza ed aveva continuato a piangere. Ogni tanto buttava fuori da quelle labbra enormi dei suoni. Allison li definì:
-Strani
L’uomo non essendosi accorto di lei pensò di stare parlando con una voce dentro la sua testa e ribatté:
-Tu sei strana. Chi ti ha dato il diritto di vivere dentro di me? Potresti almeno pagarmi un affitto. Non senti che il mio stomaco brontola?
La ragazza rise divertita delle assurdità che diceva quel uomo appena conosciuto.
-Sei buffo. Ma come ti chiami? Ti posso fare una foto?
-Una foto? Vuoi farmi una foto del cervello? Cosa me ne faccio di una foto del cervello? Preferirei un panino.
Allison un po’ preoccupa della sanità mentale dell’uomo lo toccò.
Lui girò lentamente la testa e senza nessun tipo di reazione la guardò. Si mise a sedere come la ragazza e la abbracciò.
-Ti hanno mai detto che sei bellissima?
-Sì, me lo dice tutti i giorni mia nonna!
-Tua nonna è una donna sincera.
-Credo tu stia cercando di farmi un complimento.
-Sto dicendo la verità.
-Credo che adesso, da ragazzina per bene quale sono, io debba arrossire – si diede dei pizzicotti sulle guance – e ti ringrazio.
-…
-Che c’è?
-Hai appena fatto una faccia brutta.
Allison che era molto permalosa lo guardò un po’ innervosita.
-Che bella che è quella ruga in mezzo alle tue sopracciglia. Dovrei farti arrabbiare più spesso.
-Non mi piace arrabbiarmi.
-Allora non farlo.
Allison un po’ stanca della assurdità che andava dicendo lo sconosciuto, sbuffò. Prese in mano la macchina fotografica e richiese:
-Allora, te la posso fare questa foto?
-Come mi devo mettere?
-Sdraiato, come prima.
-Okay.
-…
-…
-Fatto.
-Me la farai vedere?
-Quando la sviluppo ne faccio due copie e una te la regalo.
-Me la regali?
-Sì.
-Davvero?
-Sì.
La ragazza non capiva perché mai l’uomo fosse tanto stupito.
-Ma tu chi sei?
-Io sono un barbone, non lo vedi?
-Un barbone? Al massimo una barbina. Non hai mica la barba lunga.
-Ahahahah, oddio era tanto che non ridevo così.
Lei continuava a guardarlo con i suoi occhi grandi non capendo perché mai stesse ridendo. Ma la risata dell’estraneo la contagiò. L’uomo da quando era divertito si piegava su se stesso e si asciugava le lacrime.
-Io sono Allison
-Ahah, ciao Allison. Grazie davvero.
-Per cosa?
-Per avermi fatto ridere.
-Niente… com’è che ti chiami tu?
-Erich, Erich Murdoch.
-Sembra un nome importante. E dimmi Erich Murdoch, perché piangevi?
-Piangevo? Ah, sì. Piangevo perché non ti conoscevo. Se ti avessi conosciuto prima avrei riso.
-Non credo abbia molto senso ciò che dici.
-Non ha molto senso neanche la tua domanda.
I due si erano conosciuti in questo modo ed avevano continuato a vedersi in circostanze sempre più strane. I loro discorsi con l’andare avanti del tempo non avevano cominciato ad avere un perché.

Quella mattina Erich l’aveva aspettata davanti al cancello di casa sua e dopo essere stati a ritirare le foto si erano ritrovati a guardare i passanti dal basso del marciapiede.
Allison dopo il richiamo dell’amico aveva cessato di cantare e attaccò dicendo:
-Erich, perché mai è così tanto difficile essere se stessi?
-Non è difficile. Lo rendono difficile.
-In che senso? Spiegati.
-Beh, non c’è niente di più facile che essere se stessi, vivere le passioni, gli amori. Non c’è niente di più semplice che dire “ti amo”. Dare un abbraccio. Fare l’amore. È naturale come il primo respiro: sorridere, piangere. È la finzione, sono le maschere che ci ostiniamo ad indossare che rendono il tutto più complesso. Anche la cultura ci condiziona. Sin da piccoli ci viene insegnato di non dare confidenza agli sconosciuti. Questo ci fa essere diffidenti nei confronti di chiunque. Per esempio: guarda quella signora anziana. Hai visto?
-No…
-Un ragazzo le ha offerto una mano per portare le borse della spesa e per per timore che fosse un ladro l’ha cacciato via bruscamente.
-Davvero?
-Certo. È bello che ciò ti faccia stupire, significa che non riesci a concepire l’idea di poter fare la stessa cosa.
Allison arrossì e cominciò a toccarsi i capelli.
-Guarda – disse sorridendo dolcemente Erich – Sei arrossita. Stai cominciando a mostrarti per quello che sei. Ti ricordi la prima volta che ci vedemmo? Tu mi lasciasti intendere che eri una “dura” che non arrossiva. Invece adesso, piano, piano, ti stai ti stai rendendo conto che non serve fingere. Piano, piano cominci a fidarti di quello sconosciuto, un po’ pazzo, del parco.
Allison, le persone hanno paura delle critiche. Hanno paura di non essere amate per quello che sono. Quindi si limitano ad essere della bambole con caratteristiche vincenti. Così, per lo meno, quando vengono rifiutate, dentro di loro si consolano perché non è il loro “Io” ad essere stato ferito. Ma semplicemente la loro maschera di cera ad essere stati distrutta. E allora non fanno altro che rifondere la cera e farle assumere sembianze diverse. Si assicurano che sia più resistente dell’altra. Tutta questa finzione porterà a non amare se stessi. E cara Allison, quando non si ama noi stessi non si ha il coraggio di amare nessuno.
Tu arrossendo mi hai appena dato una prova d’amore. E io Allison per questo ti sono riconoscente e vorrei che tu, i tuoi capelli, i tuoi grandi occhi verdi, il tuo sorriso sincero e timido, la tua pelle e tutte le cellule che ti compongono sapessero che ti amo. Che ti amo. Che vorrei fare l’amore con te. Che vorrei esserci quando ti svegli la mattina e hai i capelli scombinati e ti stropicci tutta. Che vorrei passare i pomeriggi a guardarti mentre fotografi i passanti. Che vorrei leggerti i miei libri preferiti mentre cucini. Che vorrei conoscerti veramente. Perché tu sei bellissima e non te ne rendi conto. Getta via le tue paure e abbraccia la vita con tutta la forza che hai in corpo. Vivi intensamente con amore e passione. E amati, perché Allison merita di essere amata.

Ho sceso, dandoti il braccio…

9 Dic

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

Gli occhi miei…

3 Dic

Gli occhi miei potrà chiudere l’estrema
ombra che a me verrà col bianco giorno;
e l’anima slegar dal suo soggiorno
un’ora, dei miei affanni più sollecita,

ma non da questa parte della sponda
lascerà la memoria dove ardeva:
nuotar sa la mia fiamma in gelida onda
e andar contro la legge più severa.

Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,

il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere, avranno un sentimento;
saran terra, ma terra innamorata.

Francisco de Quevedo

 

Datemi la Crème brûlée

15 Nov

“Simone, Simone, Simone”… “Sì”… “Simone!” … “Signori, accendiamo queste benedette luci”
“Luca, porta il caffè per tutti.” – Disse Renato arricciandosi i baffi. Camminava con quei suoi grandi occhi verdi persi nel vuoto e con i piedi che si intrecciavano tra i fili delle macchine da presa. Una grossa tazza di tè, in mano, sembrava mantenerlo in equilibrio.
Dietro Renato c’era sempre Lisa. Lisa era l’aiutante del regista e da quando lavorava con Renato non aveva più un attimo di tregua. Doveva sempre stare attenta che non si facesse male. Che non mangiasse chissà cosa, che non uscisse fuori senno e che non si addormentasse durante le riprese. In più era sempre lei ad occuparsi della maggior parte del lavoro. Era lei che sceglieva gli attori, che li tranquillizzava, che li richiamava. Era lei che accompagnava Corso, il direttore della fotografia, alle riunioni per tossicodipendenti. Luca invece era l’elettricista. Poi c’erano Giorgio, Davide, Maria, Filippa, Carmelo, Sandra, Matteo… beh, non ha importanza. L’importante è che dopo svariate ore di deliri, nervosismi e pianti, Renato sembrava aver avuto un’idea. Davide aveva subito preso carta e penna ed era pronto a scrivere. Renato finalmente aveva deciso di sedersi donando un po’ di sollievo anche a Lisa.
“Gianni, comincia a scrivere”
“No guarda, Renato, mi chiamo Davide”
“Ah, okay, dai scrvi Sandro”
“No, DA-VI-DE”
“…”
“…”
“Simone è bella… no, Simone è carina, guardabile dai. Non una bomba sexy. Capito Lisa? Non voglio la Bellucci! Al massimo Giovannina”
“Giovannina chi, Renato?”
“Dai, Giovannina… come fa di cognome? Non me lo ricordo mai”
“Parli della Mezzogiorno?”
“Sì dai, lei, lei, dai che si siamo capiti!”
“Okay”
“Insomma questa Simone è carina. Ha i capelli corti e castani. Si veste sempre di grigio, perché è triste”
“Renato, il grigio è un po’ merda”.
“Sì, lo so Corso, ma tu cerca di farmi una fotografia con tanto contrasto e lo sfondo scuro”.
“Va bene, però magari per metterla più in risalto potremmo, che ne so, metterle un cappello rosso”.
“Ma quale risalto!?! Lei è triste, sola, persa nel mondo e nei suoi pensieri!” … “E’ una piccola macchia grigia in mezzo a tante macchie bianche e nere” … “ Lei è l’unione dei due colori neutri. Lei vive in un mondo neutrale composto da ignavi” … “Ed ha trentadue anni e fa la professoressa a Parigi” … “Filippo, che fai? Ti distrai?”.
“Mi chiamo Dav… no, no, sto scrivendo”.
“A nessuno di voi è venuto in mente di chiedermi perché avessi deciso di chiamarla proprio così?”

“Conoscete Simone Weil?”.
“No, non mi sembra”.
“Ah, sì, la filosofa ebrea morta di tubercolosi?”.
“Esatto Lisa!”.
“Sì, una volta lessi una sua citazione, se non sbaglio parlava di desiderio di apprendere”.
“Esattamente. Aiutami a ritrovare un foglio, è verde”.
“Eccolo!”
“Okay, leggi!”
“L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio: e perché ci sia desiderio ci deve essere piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutti solo nella gioia. La gioia di apprendere è indispensabile agli studi come la respirazione ai corridori. Dove è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere”.
“Voglio che questa citazione ci sia all’interno del film”.
“Lo devo scrivere, Renato?”.
“Gianfranco, tu devi scrivere tutto!”
“Uhm, DAVIDE!”.
“Ah, scusa, ma non me lo potevi dire sin dall’inizio che ti chiami Davide?”.
“Ma vaffanculo Renato!!”.
“Vabbè, scusa dai, però scrivi. Da bravo!” … “Insomma ragazzi miei voglio che la nostra Simone all’inizio o a fine film dica questa cosa”
“Renato…”
“Dimmi Lisa”
“Io credo che se al posto di “desiderio” ci mettessimo “passione” la frase avrebbe molto più impatto emotivo” … “Insomma, come ti ho detto, avevo già letto questa piccola riflessione più o meno quando avevo diciotto anni e mi ricordo che mi colpì perché proprio in quel momento della mia vita ero arrabbiata, anzi, incazzata con il mondo. O meglio, in quegli anni vivevo una realtà molto più ristretta che è quella della scuola. Mi arrabbiavo con me stessa perché vivevo lo studio senza interesse ma soprattutto senza passione. Sin da allora avevo la passione per il cinema e di studiare contabilità proprio non ne avevo voglia”.
“No, aspetta un attimo: tu hai studiato contabilità? Ahahah, non ci credo! Ma se ogni volta che si parla di numeri sembra tu stia per vomitare!”.
“Proprio perché ho avuto brutte esperienze! Ma il mio problema non si limitava solo all’economia. Vedevo, o meglio, percepivo nel mondo scolastico l’ipocrisia. L’ipocrisia tra professori e alunni. L’ipocrisia dell’intero sistema. Percepivo la frustrazione: la mia, quella dei professori, quella dei miei compagni. Non percepivo passione. Chi insegnava lo faceva solo per, come si dice, “timbrare il cartellino”. Chi “apprendeva” lo faceva senza interesse. Tutti copiavano o suggerivano o studiavano una materia al posto di un’altra ma nessuno osava lamentarsi. Secondo tutti era normale che fosse così. Era normale che non vi fosse passione. Che sceglie la via della passione in realtà ha fatto una doppia scelta: ha scelto di percorrere anche quella del dolore. Il più delle volte quando mi sono realmente interessata a una materia, o per meglio dire, a un argomento, sono stata richiamata all’ordine. Sono stata invitata a seguire gli schemi. Sono stata rigettata nell’ipocrisia. E allora dal mio piccolo mondo scolastico, piano, piano, sono riuscita ad uscirci, creandomi un mondo parallelo. Fatto di pomeriggi passati ad ascoltare le dolci note di Mozart o a studiare storia del Jazz. E di serate, per non dire le nottate. A guardare film su film di registi per lo più sconosciuti. Non era studiare anche quello? Sì, ma era uno studio diverso, uno studio che non pesava, una gioia di conoscere e approfondire. Una voglia di crescere. Più conoscevo e più mi allontanavo dal mondo. Più apprendevo e più capivo che la scuola mi offriva un fritto misto mentre io vagavo alla ricerca della Crème brûlée”.
“Lisa”
“Sì”
“Dimenticati di Giovannina”
“Come? Perché?”
“…”
“…”

[…]

18 Ott

[…]

AMLETO

Oh se questa troppo, troppo solida carne
Potesse disfarsi, squagliarsi e sciogliersi in rugiada.
Oh se l’Eterno non avesse scritto
La propria legge contro il suicidio.
O Dio, Dio, come mi sembrano tediose,
Stantie, banali e senza profitto
Tutte le usanze di questo mondo!
Che schifo, che schifo! E’ un giardino non sarchiato
Che va in seme. A possederlo sono
Soltanto cose marce e grossolane.

[…]

Espansione del Post-eriore

17 Ott

Pinocchio è un serpente che tiene gli aghi che cuciono orologi.
L’armadio è un mercato un mercato arabo.
Le ciabatte sono mucche rosa che mi indossano.
Scoppiano i negozi, cascano i tetti.
I libri riposano a pancia in giù così Amleto muore.
I margini sono blu, il mare è trasparente.
L’occhio è un bottone marrone come la cacca.
Lelli è giallo ma io lo amo, ha tre dita grandi e non ha il collo.

Il berretto

5 Ott

Nel febbrai del 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare alle centinaia di cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Fu un momento storico per la Boemia. Un momento fatidico, come ce ne sono uno o due in un millennio.
Gottwald era circondato dai suoi compagni e proprio accanto a lui c’era Clementis. Cadeva la neve, faceva freddo e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia e lo mise sulla testa di Gottwald.
La sezione propaganda diffuse in centinaia di migliaia di copie la fotografia del balcone da cui Gottwald, con il berretto di pelliccia in testa e i compagni al suo fianco, parlava al popolo. Su quel balcone cominciò la storia della Cecoslovacchia comunista. Sui manifesti, nei libri di scuola e nei musei, ogni bambino conobbe quella foto.
Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La sezione propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Gottwald su quel balcone è solo. Là dove c’era Clementis ora il muro vuoto del palazzo. Di Clementis è rimasto unicamente il berretto sulla testa di Gottwald.

Tratto da “Il libro del riso e dell’oblio” – Milan Kundera.