La coscienza di Claire

29 Ago

Come ogni notte si era messa comoda sul divano e aveva verticalmente appoggiato la sigaretta sopra il bordo marmoreo della finestra e osservava come il buio venisse spezzato dall’ardere del tabacco. Detestava le sigarette, ne detestava l’odore, il sapore, ma, collezionava filtri. E poi era convinta che quei pochi attimi fossero gli unici in cui riuscisse a pensare alla sua vita. E in fondo le sarebbero realmente bastati, perché non c’era molto su cui riflettere, se non fosse che anche quei due o tre minuti non venivano affatto concentrati sulla sua vita ma erano dedicati all’auto compiacimento, si compiaceva del suo essere così originale nel non-fumare.
Aldilà dell’odore, Claire detestava il fumo perché era stato lui a scavare la fossa a tutte le persone a lei care. Il nonno, la nonna, l’altra nonna e l’altro nonno. Il babbo, il fratello e il suo amico immaginario. Anche sua zia, che era morta per complicazioni in un’operazione alle ovaie, secondo lei era morta perché poco prima di entrare in sala operatoria aveva segretamente consumato la sua ultima sigaretta nel bagno della sua camera ospedaliera. Per di più sua zia non aveva mai avuto una camera ospedaliera e quantometro un bagno ospedaliero ma nessuno si preoccupava di ricordarglielo. Se dovessi fare una classifica tipo quelle che si fanno alle medie per decretare la tettona della classe, sua zia era una retromarcia. No, non volevo dire questo, cioè, non che questo non fosse vero ma il punto era che con sua zia non aveva mai avuto ottimi rapporti. Principalmente non andavano d’accordo perché sua zia non molto segretamente pensava che lei fosse “vispa”. Per capirci meglio, ad ogni cena di famiglia diceva in giro che lei era una “troia”. Non che Claire desse poi troppa attenzione a quel che pensasse o meno ma chissà perché si era sentita offesa e aveva preferito mantenere le distanze.
Al funerale era stata costretta ad andare in nome di sua madre che era impossibilitata perché paralizzata, ovviamente a causa del fumo. Una volta lì però, aveva pianto, ed erano lacrime sincere, non per sua zia ma sincere.
Claire aveva una vita semplice, viveva da sola da quando le era morto il cane, anche lui perché aveva il brutto vizio di mangiare tabacco. Lavorava a casa. Faceva la critica, aveva una piccola rubrica dedita alla musica. Questo le evitava di avere molti contatti con il mondo. Praticamente non usciva di casa se non per comprare le sigarette. Eh sì, Alfred il tabaccaio non era come Margherite la signora del mini-market, lui si rifiutava di portarle gli acquisti a casa. La riteneva una cosa malata e non aveva tutti i torti. E poi anche lui come tutti conosceva le fissazioni di Claire e anche quando personalmente andava a richiedergli le sigarette molte volte le rispondeva che erano finite. Così le toccava andare da George, sull’altro lato della strada.
Claire passava le sue giornate ad ascoltare cd e dischi e poteva vantare una vastissima conoscenza di gruppi e artisti. Indubbiamente era la migliore nel suo campo. In fondo aveva dedicato la sua vita solo alla musica e non se ne pentiva affatto. Anche se da quando Sebastian, il suo amico immaginario (anche se secondo lei erano più che amici) era morto (si era addormentato e la sigaretta che aveva in mano gli era finita sui vestiti e l’aveva bruciato vivo), si era resa conto che era sola, che era sola e che non riusciva a vivere senza avere i brividi di un contatto fisico. Ma oltre al rendersene conto non aveva mai agito perché le cose cambiassero. Si abbandonava a lunghi pianti silenziosi mentre ascoltava De Gregori intonare “Povero me! Povero me! Povero me! Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè”. Che cosa stupida, lei era intollerante alla caffeina.
La vita proseguiva, Claire si piangeva sempre di più addosso. Aveva espanso il repertorio a Banhart, Cat Power, Glen Hansard e Markéta Irglová, Bon Iver, Alexi Murdoch e tanti altri ancora. Non sembrava neanche in gran salute, era pallida, dimagrita, non riusciva a mangiare perché aveva difficoltà a ingoiare e aveva forti dolori alla cassa toracica dovuti alla tosse persistente. Ma non se ne curava. Alfred si era accorto dei suoi cambiamenti e aveva cominciato a venderle pacchetti di sigarette più piccoli (quelli da cinque) così da poterla vedere più spesso e assicurarsi che stesse bene. Dopo cinque giorni dall’ultimo acquisto Claire non si fece vedere, Alfred chiuse la tabaccheria e andò da Margherite a chiederle a quale piano abitasse Claire, Margherite un po’ sorpresa gli rispose “Ahah, vecchio Alfred, vedi che alla fine non era io il mostro a portarle la spesa a casa? Quella ragazza mi fa così pena. E’ così magra e sciupata, la capisco se non vuole uscire di casa” avrebbe espanso le sue chiacchiere se non fosse che vide una certa agitazione negli occhi del vecchio tabaccaio e allora gli chiese cosa stesse succedendo. Lui per farla poco lunga le confessò che in verità era stato sempre un vecchio pigro e che però adesso sentendo l’ora della sua fine vicina e voleva aiutare il prossimo per assicurarsi un posto in paradiso (che vecchio burlone, non faceva che bestemmiare da mattina a sera). Lei felice e orgogliosa di quel che aveva fatto per anni “per Claire” gli rispose che si trovava all’ultimo piano, nel loft e che non doveva avere paura della morte perché lei si sarebbe occupata di cambiargli i fiori ogni giorno. Alfred un po’ schifato, usci velocemente dal negozio. Suonò ma non le rispose. Allora buttò giù la porta e vide Claire per terra.

Claire non riusciva a credere di avere il cancro ai polmoni. Aveva fumato una sola volta nella vita. Non aveva mai considerato il fatto che avere una collezione di filtri, infinita, volesse dire inalare fumo passivo. Non aveva considerato il fatto che il “pensare alla vita” l’avrebbe portata alla morte.

All my love was down in a frozen ground

Le mani

19 Ago

Le ammiravo e capivo di esserne innamorata. La sola idea di perderle, perdendola, mi faceva venire quel brivido, quello strano, che scorre il cuore. Mi faceva impallidire. I miei occhi sembravano uscire dalle orbite, sembravano volerla catturare. Strapparla al mondo, agli altri. Per proteggerla. Ma che dico? Per averla, averla per sempre.
Sapevo bene che mi avrebbe lasciato prima o poi e sentivo il momento dell’abbandono prossimo e mi sentivo morire. Sentivo che minuziosamente si assicurava di darmi dosi sempre più piccole di affetto per prepararmi a un addio meno doloroso. E le ero grata per questo. Speravo un giorno di svegliarmi e non conoscerla più, non capirla per non comprendere con quanta bontà cercava di cancellarsi dalla mia vita. Per poterla perdere senza sentirne l’assenza. Senza sentire dolore.

Che senso ha scrivere se ci ha già pensato Dostoevskij per me?

19 Ago

Ma è possibile, è possibile che possa avere anche un minimo rispetto di sé un uomo che abbia l’impudenza di cercare un godimento nel proprio senso di umiliazione? Non lo dico mica spinto da un mieloso pentimento: non avrei mai potuto sopportare l’idea di dire: “Scusami, papà, non lo farò più”, non perché non ne fossi capace, ma al contrario forse perché mi capitava di esserne anche troppo capace. Come di proposito mi ci infognavo proprio quando non avevo nessuna colpa, neppure nel pensiero, neppure nella fantasia. E questo era ancora più schifoso. Me ne veniva un intenerimento nell’anima, mi pentivo, mi sgorgavano lacrime e, naturalmente, ingannavo me stesso anche se non fingevo affatto. Il cuore stava già corrompendosi. Qui non posso prendermela neppure con le leggi di natura sebbene le leggi di natura mi abbiano offeso incessantemente e più di ogni altra cosa, nel corso di tutta la mia vita. È disgustoso ricordare tutto ciò ma anche allora era disgustoso. Perché mi rendevo conto un attimo dopo, pieno di rabbia, che era tutto una menzogna, una menzogna: tutti gli intenerimenti, i pentimenti, i propositi di rinascita erano una schifosa e smancerosa menzogna. Chiedetemi pure perché mai io alternassi e tormentassi me stesso in questo modo. Risposta: perché mi annoiavo moltissimo a starmene con le mani in mano, e allora mi abbandonavo ai ghirigori della fantasia. È così. Osservatevi meglio, signori, e allora capirete che è proprio così. M’inventavo avventure e mi costruivo una vita per vivere in qualche modo. Quante volte mi capitava… per esempio, di offendermi, così apposta, senza nessuna ragione. Eppure lo sapevo benissimo che non avevo alcun motivo di offendermi, ed era solo esibizione, eppure mi caricavo talmente che alla fine mi sentivo davvero offeso. Ho sempre provato un’attrazione irresistibile per questo genere di scherzi tanto che a poco a poco ho cominciato a perdere il dominio di me stesso. Una volta mi è venuta la voglia di innamorarmi, anzi due volte. Mi tormentavo, signori, ve lo garantisco. Nel fondo dell’anima non ci credevo, alla mia sofferenza: mi sfrugugliava dentro lo scherno, e tuttavia soffrivo, e perfino di un dolore autentico, genuino: ero geloso, ero fuori di me… E tutto per noia, signori, tutto per noia; l’inerzia mi opprimeva. Perché il diretto, conseguente, immediato frutto della consapevolezza è l’inerzia, cioè l’inoperosità consapevole. […] Tutte le persone spontanee e attive sono attive perché sono ottuse e limitate. Come spiegare questo fatto? Ecco come: a causa della loro limitatezza scambiano le cause più immediate e secondarie per cause primarie così si convincono prima e più facilmente degli altri di aver trovato una indiscutibile fondatezza alla loro azione e si tranquillizzano; e questa è la cosa più importante. Perché per cominciare ad agire bisogna aver raggiunto una perfetta tranquillità anche perché non rimangano dubbi. Ma io, per esempio, come riuscirò a raggiungere la tranquillità? Dove stanno, per me, le cause primarie per le quali ardere, dove stanno le ragioni? Dove le trovo? Io mi esercito nella riflessione e di conseguenza, per me, ogni causa primaria se ne trascina dietro subito un’altra, ancora più primaria, e così all’infinito. Sta proprio qui l’essenza di ogni consapevolezza e di ogni riflessione. E rientra un’altra volta nelle leggi di natura. E quale è alla fine il risultato? Ma è sempre lo stesso: la vendetta. L’uomo si vendica perché trova in ciò una giustizia. Dunque ha trovato la causa primaria, la ragione, cioè: la giustizia. Così si tranquillizza totalmente e di conseguenza applica la sua vendetta con tranquillità e con successo, essendo convinto di fare una cosa onesta e giusta. Ma io non vedo alcuna giustizia, non trovo proprio nessuna virtù, e dunque se mi vendico lo faccio solo per cattiveria. La cattiveria, certo, potrebbe essere più forte di ogni cosa, anche di tutti i dubbi, e allora potrebbe rimpiazzare egregiamente la causa primaria, proprio perché non è una causa. Ma che fare se in me non c’è cattiveria?

Memorie dal sottosuolo – Fedor M. Dostoevskij

Melanconia.

16 Ago

Vieni a farmi visita.

Non sono pazzo, so contare con le dita e so distinguere il buono dal cattivo

28 Lug

Voglio condividere con voi un frammento di vita dominato dalla pelle d’oca e le lacrime.

Hussein giocava con il telecomando facendo scorrere diversi canali sullo schermo. Nessuna trasmissione lo interessava. Senza spegnere il televisore, si dimenò sulla poltrona.
Si rivolse a me bruscamente:  «Posso farti una domanda, cugino?»
«Certo.»
«Davvero? Mi risponderai senza giri di parole?»
«Perché non dovrei?»
Buttò la testa all’indietro con quella risata che mi faceva rizzare i capelli e che iniziavo a detestare. Era una risata assurda, che scoppiava senza motivo e per qualsiasi cosa. Si sentiva solo lui. Di giorno e di notte. Infatti, Hussein non dormiva mai. Se ne stava in poltrona dalla mattina alla sera, il telecomando come una bacchetta magica, a cambiare mondo e lingua ogni cinque minuti.
«Mi risponderai con franchezza?»
«Cercherò.»
I suoi occhi brillavano in un modo strano, mi faceva pietà.
«Pensi che io sia… pazzo?»
La gola gli si era contratta sull’ultima parola. Aveva un’aria così infelice che ero imbarazzato.
«Perché dici così?»
«Non è una risposta, cugino.»
Cercai di guardare da un’altra parte, ma i suoi occhi mi dissuasero.
«Non credo tu sia… pazzo.»
«Bugiardo! All’inferno sarai appeso per la lingua sopra una graticola… Sei come gli altri, cugino. Dici una cosa e pensi il contrario. Ma ricrediti, non sono matto. La mia testa funziona benissimo, con tutti gli annessi e connessi. So contare con le dita e so leggere nello sguardo quello che la gente nasconde. È vero non riesco a trattenere il riso, ma non per questo sono pazzo. Rido perché… perché… Non so bene perché. Ci sono cose che non si spiegano. Ho preso questa malattia quando ho visto Adel l’Ingenuo innervosirsi perché non riusciva a trovare il pulsante per innescare la bomba che portava addosso. Non ero distante e l’osservavo mentre si mescolava alle reclute nel cortile della caserma della polizia. Sul momento, mi ha preso il panico. Quando è saltato in aria sotto il tiro dei poliziotti, è stato come se mi fossi disintegrato con lui… Gli volevo bene . Era cresciuto nel nostro cortile. Poi, però, passato il dolore, ogni volta che lo rivedo mentre maneggia imprecando la cintura esplosiva scoppio a ridere. Era tutto così assurdo e pazzesco… Ma questo non fa di me un matto. So contare con le dita e so distingue il buono dal cattivo.»

Dialogo tratto da “Le sirene di Baghdad” – Yasmina Khadra.

Definisci: vita.

20 Lug

Lalalala lalalala lalalalala laaa.

Io non ho una donna, ho un violino

13 Lug

Le lenzuola sono arancioni, oggi è settembre e il mio pigiama è bucato. Ho dormito sì e no tre ore eppure non riesco a stare a letto senza provare un senso di immobilità e spossatezza. Credo di soffrire di insonnia e quelli come me non fanno altro che avere un’ossessione, dormire. Davanti alla finestra mi godo lo spettacolo dell’alba e annuso l’odore di città mescolarsi con quello del pane appena sfornato.
Oggi è il mio compleanno e alle sette e quarantacinque mia madre suonerà il campanello e chiedendomi scusa per la fretta mi darà un bacio invitandomi a lavarmi, “Tesoro, c’è uno strano odore”, e mi regalerà una pianta. Sono sicura che lo faccia a posta, sono cinque anni che me le regala sapendo bene che le odio, che detesto avere responsabilità verso qualsiasi altro essere vivente. Sono anche sicura che si sia accorta che le altre sono nello stesso punto in cui le aveva abbandonate e che di loro non resta altro che un po’ di muffa. Le sue piante sono morte perché lei le ha condannate. Le sue piante sono perite come perita son io.
Mi lavo e decido di uscire di casa, questa volta non sarò sua complice. Nell’aria sento odore di novità e le note di Bach raggiungono le mie orecchie. Sopra il bus qualcuno sta suonando un violino scordato, così decido di salire. Guardo il musicista, è lungo e secco. L’unica cosa ad avere volume sono i suoi riccioli castani e il violino. Sembra completamente assorto in quell’orribile suono che emette il suo compagno. Talvolta alza un sopracciglio e apre appena le sue labbra, sembra quasi avere un orgasmo. Ha una faccia innocentemente triste e un colorito poco confortevole. Ogni volta che l’arco ferisce le corde la faccia del violinista si fa sempre più grave. Difatti da brani che prevedono l’utilizzo dell’arco passa al pizzicato che lo tranquillizza permettendomi di vedere i suoi denti. Non sono perfetti né candidi ma il suo sorriso è magnetico, qualcosa di unico.

Io in quel bus credo di essermi innamorata.
Per tutto il tempo il ragazzo non aprì mai gli occhi, penso vivesse nella convinzione che gli altri odiassero quel che lui faceva ma non voleva averne la consapevolezza. Non poteva fare a meno di suonare, lui cercava quella persona che amasse, come lui amava, quelle note imperfette. Ed era convinto che quella persona prima o poi avrebbe preso quel bus. Dopo aver passato l’intera giornata ad osservarlo e a immaginarmi chi fosse, cosa volesse e perché lo facesse tornai a casa e trovai la pianta fuori dalla porta. Feci finta di niente e entrai, stagnava un odore di tabacco bruciato. Ascoltai i messaggi in segreteria, a mia sorpresa mia sorella si era dimenticata di esibirsi in auguri formali. Forse si era solo stancata di non ricevere mai risposta.
Attaccai il giradischi e mi misi a mangiare gli avanzi di pizza, a farmi compagnia c’erano i Belle & Sebastian, mi commossi sentendo Stuart cantare “riding on city buses for a hobby is sad ”. Suonò il campanello. Alzai gli occhi al cielo “Mia madre”. Lungo, secco e riccioli castani, apparve davanti ai miei occhi. Incredula indietreggiai e mi grattai la testa chiedendogli frettolosamente – credo di essere arrossita – cosa volesse.

“Volevo riposare la mia testa. Tra le cosce infilare la mia faccia ma io non ho una donna, ho un violino. Mi hanno detto di venire qui. Tu sei…” – credo fosse arrossito – “tu devi essere”…

“Io sono Olta”

“Mi hanno detto che sei una prostituta” – vedendomi delusa aggiunse – “Mi ero già fatto la mia scena: sì, ora entro me la sbatto e me ne vado. Ma quando ho aperto la porta, no, non era quel che avevo in testa. Davanti a me ci sei tu, c’è la dolcezza, la luce la primavera la freschezza e la bellezza”… “Posso darti una carezza?”

Piangendo e raccontandogli di essermi innamorata di lui, dopo averlo visto suonare, aggiunsi:
“Quando io vedo mia sorella, penso com’è bella mia sorella, lei non apre mica la porta al mistero alla paura e alla scoperta. Io invece, io invece lascio entrare chiunque mi dia centocinquemila lire.”
“Io sono come l’acqua della sorgente, scorro via in fretta sempre ininterrottamente. Io sono una puttana, sono la Madonna e grazie a te oggi ho scoperto l’essenza. L’essenza è sgretolare tutta quanta l’esistenza, per trovare l’energia quella che non si ferma. Quella che è vergine in ogni istante, in ogni attimo in ogni momento”.
“Ora però basta voglio aprire un ristorante e fare da mangiare solo a chi mi pare”.

Prese la piantina prima di entrare in casa. Baciandomi la mano mi chiese se potesse prendersi cura del vegetale.

“Questa volta non sono complice, questa volta la piantina non perirà e io con lei”.